
Sabato 23 Novembre 2024 al Teatro Nazionale di Roma ha debuttato una nuova produzione, Il sogno di Simon Boccanegra, un inedito adattamento della celebre opera lirica verdiana scritto e diretto da Dario D’Ambrosi, autore, attore, regista teatrale e fondatore del Teatro Patologico, una realtà artistica costituita prevalentemente da persone con disabilità psichica.
Lo spettacolo teatrale, portato in scena dalla Compagnia stabile del Teatro Patologico con sede a Roma in via Cassia 472, in collaborazione con il Teatro dell’Opera, l’Università di Tor Vergata e la Fondazione Angelini, ha proposto una personale rielaborazione del melodramma realizzando una performance a misura di disabilità. Con la trasposizione teatrale dell’opera verdiana, D’Ambrosi ha aggiunto un nuovo tassello progettuale alla sua lunga esperienza con i disabili e i disagiati mentali: fondere il mondo della lirica con quello dell’arteterapia, una metodica che consente di far affiorare dalle profondità del proprio intimo ciò che solitamente viene taciuto, il sottratto, il nascosto, il represso o, semplicemente, il bizzarro.

La teatralità, filtrata attraverso il disagio, si esplicita potenziata. Ne nascono spettacoli che raramente lasciano indifferenti: provocano, commuovono, hanno il sapore della ‘vita vera’. Per un disabile o una persona in difficoltà dimostrare le proprie qualità comunicative e artistiche rappresenta la possibilità di mostrare il proprio valore e comprovare a sé stessi al mondo e che si è in grado di percorrere altre vie da quelle della sofferenza e della mancanza.
La valenza riabilitativa del teatro
La pratica teatrale si rivela uno strumento particolarmente efficace nell’infrangere gli stereotipi, travalicare i muri dell’indifferenza, vincere le rigidità e resistenze personali nei confronti del disagio. A differenza degli altri attori, gli attori-pazienti in scena lasciano trasparire l’urgenza di esprimere la propria interiorità: ogni loro gesto, ogni parola, ogni movimento non segue un clichè; la loro interpretazione non ricalca una routine, né un mestiere ma è, al contempo, il frutto di un doloroso intimo tormento e l’esito di una sfida con sé stessi nel tentativo di superare quella sorta di campo minato che è la propria diversità. Far emergere ciò che il paziente-attore sente, dice o fa, altro non è che il punto di partenza per la presa di coscienza del proprio Sé nel solco di un percorso in cui vengono portate alla luce personali intrinseche specificità fino ad allora sconosciute: le sue potenzialità emotive, le reazioni inattese, i talenti inespressi, le inclinazioni soffocate. In sostanza, l’arte performativa è il tramite più idoneo per accompagnare il disabile a scoprire la propria personalità: esprimendo affetti e dando voce a sentimenti e conflitti, egli riesce a conferire forma e significato ai propri vissuti, e a cogliere prospettive diverse e angolazioni più profonde nella percezione e rappresentazione della realtà.
Corpo a corpo nell’integrazione scenica
Nel melodramma la persona disabile, incentrata su di sé e sulla ricerca della propria identità, esplora e disvela il proprio mondo interiore cercando di comprendere le dinamiche della comunità. Ponendosi come pratica aggregante e come il veicolo più idoneo per acquisire competenze utili a migliorare la crescita umana e sociale, l’esperienza teatrale rappresenta una favorevole occasione di formazione guidata e protetta che sfocia nell’integrazione: delineandosi quasi come un processo di ‘cura’ conduce ad una rimodulazione del rapporto di ciascuno con sé stesso e con il mondo. Sul palco i pazienti-attori iniziano a respirare un clima comunicativo interpersonale: l’utilizzo del gesto, della parola ma, soprattutto, del corpo(l’attore entra in scena con il suo corpo e la sua presenza) li induce a riflettere su cosa significhi essere parte di un gruppo e come poter gestire le dinamiche che ne scaturiscono. La pratica teatrale, infatti, facilita lo sviluppo di processi che interessano le funzioni emotivo-relazionali del gruppo: padronanza di sé, motivazione, empatia, ma anche gestione degli scontri.

D’altronde, per poter creare qualcosa di buono, il gruppo deve necessariamente collaborare: offrire ai pazienti-attori momenti di confronto e scambio di esperienze è condizione essenziale per poter rispondere efficacemente ai loro bisogni e alle loro problematiche esistenziali. Questo, ovviamente, non implica diventare tutti amici, ma induce a perseguire un obiettivo comune, ad intraprendere un percorso comune e rispettare regole condivise che scaturiscono dal gruppo stesso, un gruppo che, prima, diventa famiglia e poi, comunità.
Teatro come gioco e relazioni
La relazione umana è la specificità dell’espressione teatrale. Senza le relazioni che si compongono sul palcoscenico -quelle tra l’attore e il suo personaggio, quelle tra i vari attori/personaggi e quelle tra attori e spettatori- il teatro non può vivere. Perchè la pratica teatrale è un’esperienza di partecipazione affettiva che sfocia nel totale coinvolgimento di tutte le sue componenti. Dai pazienti-attori è vissuta come un gioco: la sua peculiare connotazione -leggerezza e reversibilità- consente loro di assimilare la realtà in modo graduale, assecondando i bisogni della propria sfera psichica. Ma la natura paradossale dell’arte performativa è capace di trasformare il gioco in un impegno divertente, funzionale al disvelamento di significati inconsci, di emozioni inconfessate e difficoltà relazionali mai accertate. Configurandosi come ambito transizionale, lo spazio teatrale racchiude in sé gli aspetti corporei e psichici dell’elaborazione prestazionale con una valenza fortemente terapeutica, perchè consente di trasporre sulla scena tratti del proprio essere attraverso il linguaggio dell’interpretazione e della rappresentazione proiettiva. Ed è proprio grazie alla riproduzione scenica di stati emotivi intenzionalmente simulati, che la comunità teatrale favorisce l’affrancamento da ruoli sociali sclerotizzati: realizzandosi in uno spazio e in un tempo ben distanti dal quotidiano, i linguaggi verbali e non verbali raffigurano simbolicamente la realtà, rappresentandola con deliberata convinzione. Prendere coscienza e interagire con i meccanismi che naturalmente si sviluppano nel gruppo scenico esercita un positivo riscontro sull’autostima personale e favorisce l’acquisizione di un’identità personale e sociale più sicura e funzionale al benessere individuale e collettivo.
L’arte teatrale fra disagio e cura
E’ dal 1980 che Dario D’Ambrosi s’impegna per sottrarre all’emarginazione e all’isolamento le persone con disabilità mentale e offrire loro l’opportunità di migliorare la qualità della vita. L’intento è di restituire loro dignità e la possibilità di riscattarsi anche grazie all’attivazione di quello che è a tutti gli effetti un corso di laurea, il “Teatro integrato all’emozione”, promosso dall’Università degli Studi di Roma Tor Vergata in collaborazione con l’Associazione Teatro Patologico. Il progetto ha come obiettivo principale il conferimento di una validità scientifica formale del Teatro come strumento capace di migliorare la qualità della vita di soggetti con disabilità mentale. Tutto ebbe inizio quando D’Ambrosi decise di farsi rinchiudere per tre mesi nel manicomio di Milano: voleva comprendere cosa volesse dire avere una malattia mentale e quale sarebbe stato il destino di tutti quegli internati -abbandonati, dimenticati, legati ai letti- che con la L.180/1978, la cosiddetta Legge Basaglia, sarebbero usciti dagli ospedali psichiatrici. Basaglia ha ridato vita e centralità alla persona dei reclusi mentali. Ma, una volta liberati dai vincoli dei manicomi, dove sarebbero finiti? Chi li avrebbe accolti e curati? Dell’esperienza maturata, che raccontò ai microfoni di Rai 3 nel giugno 2019, D’Ambrosi ne fa ancora oggi uno scopo di vita.

L’intento del regista non è quello di offrire loro una terapia, bensì di stimolarne la libertà creativa consentendo ad ognuno di trovare il proprio spazio in un ambito espressivo in cui i ‘matti’ possano diventare talento artistico: nel momento in cui viene loro offerta l’opportunità di mettere in scena maschere, altre da quella sovradeterminata del malato psichico, le loro diversità -vissute come risorsa- si propongono come un valore aggiunto arrivando a definire una personalità in linea con le proprie divergenze.
Teatro come arte e follia
Sono sempre più numerose oggi le esperienze teatrali che prevedono la partecipazione attiva dei disabili e favoriscono lo sviluppo di processi di inclusione e coesione sociale: l’intrinseco valore dell’hic et nunc teatrale contro l’ipertrofia del digitale conferisce maggior risalto e pregnanza alle esperienze dal vivo, in particolare al teatro sociale. Oltre a quello di D’ambrosi che ci conduce nelle vite di Paolo, Cristiana, Marina, Antonella -alcuni degli attori-pazienti affetti che animano il suo straordinario teatro- sono molti i palcoscenici che, pur restando fedeli alla propria radice umana, ospitano spettacoli che si reinventano adottando nuove forme e modalità di interazione umana con la realtà. Deponendo la tradizionale veste autoreferenziale e muovendo da una riflessione sul rapporto tra realtà e finzione, tra dimensione analogica e digitale, tra il mondo online e quello offline in cui siamo inevitabilmente immersi, offrono spunti per la costruzione di uno spirito critico ibridato che ci spinge a riflettere su quanto sia labile il confine tra normalità e follia. D’altronde, l’arte è follia, per dirla con il fondatore dell’Accademia della Follia (1992), Claudio Masculin oggi scomparso. L’arte è quell’apertura ai rischi della vita che non può essere vissuta senza la loro deliberata accettazione; è quella dose di rischio, quel salto nel buio, quell’incognita che mettiamo nell’equazione esistenziale, e che conferisce sapore alla vita. Ed è proprio quanto si rende evidente sul palco allestito da Dario D’Ambrosi. Perchè nell’ambito della salute mentale -una dimensione che la società ancora oggi non è riuscita a comprendere fino in fondo- ha sempre trovato spazio lo stigma, il pregiudizio, la discriminazione nei confronti di chi è ‘folle’. Sarebbe auspicabile imparare ad aprire gli occhi, ampliare i propri orizzonti, sconfiggere le paure più intime mediante la conoscenza e l’incontro. Ciò favorirebbe la transizione verso una dimensione sostenibile del vivere societario, con ricadute positive sulla qualità della vita comunitaria. Non solo, ma ne discenderebbe una profonda mutazione anche nella progettazione culturale.










