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Referendum abrogativi su lavoro e cittadinanza.  La scarsa affluenza alle urne ha denunciato, ancora una volta, la crescente disaffezione verso la politica da parte dei cittadini. In particolare, dei giovani.

In un mondo segnato da conflitti e attraversato da crisi economiche e fragilità sociale, l’incertezza sul futuro condiziona le vite di tutti, ma colpisce soprattutto le generazioni più giovani, che non si impegnano più perchè non sperano più nella possibilità di un avvenire migliore.

Tutti siamo concordi nel ritenere che i giovani rappresentano il fulcro per progettare la crescita di un Paese e che la loro partecipazione alla res publica e alle attività di interesse generale rappresenta un elemento fondamentale per lo sviluppo di una società che intenda qualificarsi come democratica, inclusiva e sostenibile: coinvolgere le nuove generazioni nei processi decisionali e nelle iniziative che riguardano il bene comune contribuisce a formare cittadini consapevoli e responsabili. Non bisogna, però, dimenticare che partecipazione è anche interesse, spinta motivazionale verso il perseguimento di uno scopo comune.

Ma che interesse possono nutrire, a sostegno di un sistema che si professa democratico, le attuali giovani generazioni cresciute in un contesto socio-economico ed istituzionale segnato da incertezze e da una profonda crisi democratica?  L’incapacità dei governi di rispondere adeguatamente alle sfide che la società contemporanea presenta e alle esigenze dei gruppi sociali più deboli, come può favorire nei nostri fragili ragazzi un incremento della fiducia nelle istituzioni sociali e politiche? Verrebbe quasi da chiedersi se la crisi che stiamo attraversando sia conseguenza della pandemia, di una sfavorevole congiuntura economico-sociale o se affondi le sue radici in una genesi più lontana e viscerale. Probabilmente abbiamo perso di vista il motivo pregnante che spinge l’uomo a dedicarsi alla res pubblica, ovvero il proponimento, nel totale rispetto dei diritti di ogni persona, di ricercare la giustizia e perseguire il bene comune, prima vera necessità a cui si ordinano tutte le altre attività umane.

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Impegni sociali e nuove collettività

Il fenomeno del disimpegno politico giovanile ha assunto oggigiorno proporzioni considerevoli. E la scarsa partecipazione dei giovani alle recenti consultazioni referendarie ha riacceso questo tema, divenuto da tempo oggetto d’analisi sociologica.

Si tratta di un argomento complesso, perchè il generale processo di erosione del coinvolgimento nella politica -come attività rivolta ai processi istituzionali dello Stato sostenuta da fiducia, sia negli organismi statali, sia negli attori che mediano i rapporti con i cittadini-  si configura come un coagulo di diversi fattori.

La questione può essere ricondotta, innanzitutto, ad una sottostima nei confronti di forme partecipative non convenzionali. Se è vero, infatti, che le forme tradizionali di impegno politico sembrano aver perso appeal tra le nuove generazioni, è altrettanto evidente l’emergere di nuove modalità di implicazione, come assemblee, incontri, dimostrazioni pubbliche: forme di partecipazione che, se condotte con buon senso e ragionevolezza, rappresentano un importante capitale sociale e un terreno fertile per lo sviluppo di competenze civiche. Disillusi e disgustati dai partiti politici, espressione per loro di privilegi di casta e di corruzione, e dell’azione politica in generale che ritengono sembri difettare di competenze e visioni strategiche, i giovani recano con sé una distanza e una disaffezione verso le canoniche modalità di far politica che li conduce a manifestare i loro ideali mediante prassi meno convenzionali. Non avendo maturato le esperienze di aggregazione politica attiva tipiche degli anni della contestazione (dal ’68 in poi), i giovani di oggi, anzichè collocare i loro valori-guida nell’ambito di una vera e propria partecipazione politica organizzata e collettiva, affidano la naturale e insopprimibile tensione umana verso la sfera sociale o morale esplicandola in manifestazioni di interesse che si concretizzano in cortei a difesa della pace, in associazioni di volontariato assistenziale e cura dell’ambiente. Aperti, appassionati e tendenzialmente inclusivi ma lontani da logiche di palazzo, questi soggetti sono sempre in prima linea quando si tratta di scendere in piazza per sostenere i diritti delle minoranze, colmare il gender gap o sensibilizzare sulla salvaguardia della biodiversità. La nascita nell’ultimo decennio di numerosi movimenti ambientalisti o pacifisti ha dimostrato, infatti, come alcuni giovani siano in grado di mobilitarsi su scala globale per affrontare questioni cruciali come il cambiamento climatico o le disuguaglianze sociali. Altri si impegnano in attività di volontariato, associazioni culturali o iniziative di cittadinanza attiva a livello locale, con cui tentano di influenzare, più o meno direttamente, le scelte di governo.

Individualismo e smarrimento

In ogni caso, c’è da considerare che la biografia dei nostri giovani tende sempre più ad individualizzarsi. Le loro storie di vita, colpite da una forte flessione della condizione occupazionale e da conseguente precarietà economica, sono caratterizzate -oltrechè da un sensibile declino nel loro coinvolgimento politico- anche da incertezze valoriali ed identitarie. Il profilo identitario di un giovane di oggi non scaturisce più da un processo di identificazione con un’appartenenza collettiva di natura politica, sociale, etnica o religiosa, ma assume una base essenzialmente individuale. A significare che si sta riducendo la rilevanza dell’identità di gruppo con una conseguente limitata implicazione socio-politica e un progressivo riflusso nel privato. Un trend, questo, talmente palpabile da aver determinato l’attribuzione alle nuove generazioni di etichette quali quella di generazione “invisibile” o “figlia del disincanto”. Essendo immersi in un mondo dai confini labili, dai tempi stretti e dai cambiamenti repentini e incessanti, i giovani contemporanei hanno imparato ad adattarsi all’instabilità, alla provvisorietà e al rischio, cercando gratificazioni nella centralità dell’oggi piustosto che nell’incertezza del domani. E’ questo il tratto che accomuna le nuove generazioni: un atteggiamento teso a valorizzare l’hic et nunc a discapito delle dimensioni legate alla memoria del passato e alla progettazione di un tempo a venire.

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Referendum come occasione di partecipazione

Circa la recente scarsa partecipazione politica giovanile al referendum dell’8 e 9 giugno, un altro fattore correlato al disimpegno è da rinvenire nel fatto che forse, per i più giovani, la chiamata al voto determinata dall’indizione della consultazione referendaria, è stata motivo di sconcerto. Coloro che sono stati chiamati alle urne per la prima volta, avrebbero magari desiderato tempi più distesi per potersi documentare ed esprimere il loro orientamento con maggiore avvedutezza e cura. Inoltre, i quesiti referendari li hanno forse disorientati. Tranne quello sulla cittadinanza, il cui oggetto era desumibile dal titolo stesso, gli altri -con riferimenti a leggi, commi e decreti vari- erano esplicitati in maniera troppo tecnica e, quindi, incomprensibile per i non addetti ai lavori: sollecitando una serie di interrogativi, non hanno certo fornito ai votanti dati oggettivi di immediata penetrazione su cui operare una riflessione. Non dimentichiamo che lo strumento referendario rappresenta per i cittadini l’opportunità di esprimere direttamente la propria opinione su temi sociali di cruciale importanza: dovendo rispecchiare un interesse generale, dovrebbe sottoporre al giudizio popolare quesiti ai quali sia possibile rispondere anche senza avere competenze specifiche.

C’è, inoltre, da tener di conto che per i nostri ragazzi, cresciuti all’ombra della tecnologia, l’informazione corre sul filo dei social. Connessi con i coetanei di tutto il mondo (ma sempre più distanti), sono costantemente aggiornati dalle notizie postate sui social, mentre la stampa cartacea, considerata troppo impegnativa, è da loro trascurata. Sono pochi coloro che sfogliano quotidiani o si concedono ai notiziari tv. D’altronde, anche i nostri politici ricorrono spesso ai social sostenendo che il messaggio digitale sia il mezzo più idoneo per raggiungere gli elettori: il web, al pari dell’agorà nelle antiche città greche, ha contribuito ad aumentare il livello di partecipazione popolare, ma ha indebolito l’esercizio della leadership da parte delle classi dirigenti.

Uno sguardo ai sondaggi

Anche i sondaggi evidenziano una crescente disillusione e un distacco dei giovani dalla politica. Il quadro sul mondo giovanile, che emerge da un sondaggio realizzato per Il Sole 24 Ore da Noto Sondaggi nel febbraio 2025, mette in luce come il⁠ clima che aleggia tra le nuove generazioni rivesta i caratteri di una silente indignazione dilagante nell’antipolitica, nel rifiuto disgustato dei partiti e dell’azione politica in generale. I dati emersi dalla ricerca, che ha coinvolto 1.000 persone in età compresa tra i 16 e i 24 anni, hanno rivelato una situazione preoccupante: un’alta percentuale di giovani non si sentiva attratta dalla politica, non avrebbe avuto intenzione di votare e si percepiva distaccata dalla società. Nel dettaglio, il 93% degli intervistati ha dichiarato di non essere impegnato in politica, il 52% è stato lapidario nell’affermare che, se un domani fossero state indette delle elezioni, non sarebbero andati neppure a votare, l’80% nega anche l’impegno nel volontariato.  In sostanza, i ragazzi intervistati, sopraffatti dal malessere del nostro tempo, hanno mostrato di preferire l’isolamento piuttosto che la partecipazione collettiva, la dimensione personale piuttosto che quella pubblica.

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Il campione dell’indagine ha risposto a domande precostituite che spaziavano dal proprio grado di fiducia negli attuali partiti politici fino alle urgenze che dovrebbero essere affrontate dal governo. L’esito più sconcertante è da ricondurre alla domanda se la classe politica conosca i problemi che affliggono le nuove generazioni. Ebbene, il 90% dei giovani interpellati sostiene di no: i giovani non si sentono rappresentati dai partiti che militano al governo. Questa è la percezione che attraversa l’intero universo giovanile e questo è il motivo della scarsa fiducia che essi ripongono nella politica: la stragrande maggioranza degli intervistati vorrebbe un leader politico capace di comprendere i problemi dei giovani, mentre ad una minoranza basterebbe che le proposte dei giovani venissero semplicemente prese in considerazione.

Scuola e disimpegno

Non è solo sui politici che i giovani puntano il dito. Anche sulla scuola, dove non si parla né di politica né ci si sofferma sui problemi che interessano i giovani. Essi ritengono che essere informati di politica nel corso degli anni di scolarità sia un dovere, così come elevano a diritto quello di essere supportati nella comprensione delle dinamiche dell’amministrazione pubblica. Da qui la necessità che le istituzioni scolastiche, chiamate a ripensare il proprio ruolo, si assumano il compito di intraprendere una formazione etico-politica in grado di diffondere tra gli studenti una sorta di cultura politica che li avvicini ad un’idea di arte del governo come pratica del bene comune, da salvaguardare per sé e per gli altri mediante azioni che esprimano corresponsabilità matura e consapevole. E’ solo in questo modo che politica ed etica potrebbero armonizzarsi nella forma della partecipazione e della condivisione democratica di idee progettuali e di valori nutriti da un interesse comunitario. In fin dei conti, compito della scuola è quello di costruire persone, comunità e società umane, perchè la democrazia richiede un esercizio di cooperazione, confronto e interazione di idee, comportamenti e valori che solo un organismo educativo pubblico può attivare.

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Angela Gadducci
Author: Angela Gadducci

Angela Gadducci è una professoressa con incarico articoli per la sezione etica e società ma anche storia e cultura. Già Dirigente scolastica e Coordinatrice di Attività di Ricerca didattica presso le Università di Pisa e Firenze, è autrice di articoli e libri di politica scolastica. Significative le sue collaborazioni con le riviste Scuola italiana Moderna, Scuola 7, Continuità e Scuola, Rassegna dell’Istruzione, Opinioni Nuove, Il Mondo SMCE.

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