Radice della violenza o, complesso di fattori?
Patriarcato sotto accusa:
Negli ultimi tempi si è assistito ad una ripresa vigorosa del dibattito sul Patriarcato, un tema che è tornato al centro dell’attenzione in talk show, confronti televisivi e manifestazioni. Due, in particolare, sono gli eventi che hanno riacceso la discussione: la prossima ricorrenza del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne istituita dall’Assemblea Generale dell’ONU nel dicembre 1999 e la recente condanna all’ergastolo di Filippo Turetta per il brutale femminicidio di Giulia Cecchettin.
In queste occasioni, il Patriarcato è stato nuovamente posto sotto accusa, in quanto ritenuto la radice sistemica della sopraffazione e della violenza maschile contro le donne.
Questo scenario, tuttavia, solleva un interrogativo cruciale: le mostruosità che si annidano nella mente di chi aggredisce una donna divorandone la vita con ferocia incontenibile, nascono davvero dalle persistenze di una tradizione patriarcale non ancora smantellata? O la genesi di tale violenza implica anche altri fattori di natura psicologica, individuale e sociale?

L’archetipo della diseguaglianza
Che il Patriarcato, inteso come sistema socio-politico-familiare formalmente codificato, appartenga ad un’epoca storicamente passata è cosa certa: le condizioni di legge e di potere, radicalmente cambiate, hanno restituito alle donne il diritto di autodeterminarsi e di disporre liberamente della propria vita. In pratica, però, il Patriarcato non è scomparso, ma si è semplicemente trasformato mantenendo la sua influenza principalmente attraverso l’apparato ideologico e culturale. Infatti, per quanto indebolita, la cultura patriarcale continua ad agire come una matrice invisibile. Il fatto poi che la visione androcentrica della società si sia diffusa nel corso dei secoli, radicandosi profondamente e condizionando i nostri modi di agire fino all’epoca contemporanea, rappresenta un’altra prospettiva cruciale: attraverso una lenta e inconscia incorporazione di schemi di percezione di sé e degli altri -propri delle strutture storiche dell’ordine maschile- il rapporto di supremazia dell’uomo sulla donna ha acquisito l’abito dello stereotipo di genere. E lo stereotipo, si sa, rappresenta un modello rigido, resistente e prescrittivo. Ma anche replicabile. Perché gli stereotipi di genere, connessi ai ruoli storicamente ricoperti da uomini e donne, assicurano il perpetuarsi di un archetipo socio-culturale fondato sulla diseguaglianza e asimmetria di potere, contribuendo al mantenimento dello stesso.
Rappresentazione del maschilismo
Il maschilismo, affondando le sue radici in un sistema culturale d’impronta patriarcale, ha sempre cercato di soffocare la libera e autentica espressione delle donne determinando, come conseguenza logica seppur aberrante, la violenza contro il femminile, spesso elevata a strumento legittimo per mantenere lo squilibrio e ripristinare il presunto giusto ordine naturale dei ruoli: qualora la donna trasgredisca imponendo una diversa identità di sé e dei suoi doveri, la normalizzazione di questi atti di dominio e prevaricazione fa sì che l’annientamento dell’altro possa essere percepito come la soluzione più appropriata. Anche la convinzione secondo cui le donne erano (e sono) le principali responsabili delle violenze subite è una distorsione profonda e inaccettabile che serviva (e serve) unicamente a rafforzare la sottomissione femminile, giustificare la secolare impunità degli uomini e l’assenza di qualsiasi loro imputabilità per gli atti di prevaricazione e oppressione commessi.
Ma è corretto e sufficiente far ricadere la responsabilità dell’incremento tragico dei femminicidi solo su quel Patriarcato che per centinaia di anni ha rappresentato il fondamento di ogni società?
L’umana fragilità del “maschio”
A seguito delle profonde trasformazioni socio-culturali scaturite dall’ondata di emancipazione femminista avviata negli anni ’70 del secolo scorso, la posizione maschile è inevitabilmente cambiata apparendo sempre più fragile: costretti ad abbandonare la presunzione, il predominio e quella sicurezza che per secoli avevano detenuto in modo indiscusso, gli uomini sono ora portati ad aprirsi faticosamente all’ intrinseca debolezza, aspetto irrinunciabile della natura umana. Tuttavia, pur riconoscendo l’esistenza di una propria sensibilità intima, carica di sentimenti ed emozioni, essi percepiscono questa fragilità come qualcosa da combattere disperatamente, perchè l’opinione comune impone che essere “veri maschi e veri uomini” si traduce nell’incapacità di mostrare paura o sentimenti diversi dalla rabbia. La vulnerabilità viene associata alla debolezza. E quanto più gli uomini la colgono, tanto più provano a contrastarla nel tentativo di riconquistare l’originaria supremazia.

Questo fenomeno è particolarmente evidente nell’epoca attuale, segnata da disorientamento etico-morale, decadenza valoriale, vuoto di umanità e dominata da un’arroganza e una competizione sfrenata che sembrano non tollerare alcuna fragilità. Ecco allora che, per riaffermare sé stessi e recuperare l’antica credibilità di ‘dominatori’, molti uomini tentano di dissimulare questa intrinseca cedevolezza esibendo atteggiamenti da bulli, innescando azioni violente e offensive, e ricorrendo a forme lesive di denigrazione e sopraffazione.
Dalla fragilità emotiva all’annientamento
I giovani di oggi manifestano spesso una carenza nell’alfabetizzazione emotiva: molti non sono stati adeguatamente educati a tollerare la frustrazione e ad accettare l’esistenza dei limiti e dei rifiuti. Incapaci di elaborare e mediare i conflitti attraverso strumenti verbali e cognitivi, vivono la fine di una relazione o un banale rifiuto come una profonda ingiustizia narcisistica, percepita come un attacco insopportabile alla propria identità maschile. Ne consegue che, quando la rabbia prende il sopravvento, può diventare esplosiva e sfociare in manifestazioni di odio e violenza. Tra le passioni dell’essere umano, quella dell’odio elegge come bersaglio l’essere stesso dell’altro. Non si limita ad attaccare un aspetto specifico o un comportamento; l’odio profondo e radicale è un sentimento totalizzante focalizzato sulla distruzione dell’altro. Concettualmente, l’odio in questo contesto può essere letto come l’invidia per la vita dell’altro -per dirla con una prospettiva psicoanalitica- l’invidia per la gioia o il godimento che l’altro dimostra di poter perseguire indipendentemente dal Sé del soggetto odiante. E il femminicidio si configura come l’espressione più patologica e distruttiva di questa volontà di annientamento. È l’atto estremo contro la donna che ha ‘osato’ esercitare la propria libertà: disobbedire, desiderare e scegliere autonomamente: rappresentando una minaccia all’illusione di dominio e controllo, la donna non è più odiata solo per ciò che ha fatto, ma per ciò che è. Quindi, il femminicidio giovanile si configura come l’esito dell’incontro drammatico tra un retaggio culturale obsoleto (il patriarcato) che assegna all’uomo una posizione di dominio e proprietà sulla donna e la fragilità psicologica di giovani uomini che, non riuscendo ad elaborare la perdita e la frustrazione, traducono il dolore del danno narcisistico nella volontà di dominare e, alla fine, di annientare la fonte di un patimento che si è trasformato in una minaccia esistenziale per il proprio Sé.
Il paradosso dell’equità
Nonostante i significativi progressi sociali e normativi compiuti, le donne continuano ad essere percepite e valorizzate primariamente per la loro presunta natura accogliente, empatica e generosa, in quanto mantengono in larga parte i ruoli domestici e di cura, il cosiddetto ‘lavoro invisibile’. Il ruolo femminile si è, dunque, evoluto in alcuni ambiti (soprattutto quello professionale e formativo), ma rimane statico in altri: la vita delle donne è ancora pesantemente condizionata dagli stereotipi che, come catene invisibili, faticano tremendamente a essere superati. Questi pregiudizi culturali non solo limitano le ambizioni e le opportunità individuali, ma perpetuano una visione distorta e dualistica del ruolo femminile nella società, ostacolando l’accesso a posizioni di potere e leadership (il fenomeno del cosiddetto ‘soffitto di cristallo’). Al contrario, il ruolo primario dell’uomo centrato sulla triade “comandare, proteggere e provvedere” è rimasto sostanzialmente invariato nel tempo, cristallizzando l’immutabilità della stereotipia maschile tradizionale.
Purtroppo, i diritti e il rispetto conquistati faticosamente negli ultimi decenni, non sono ancora sufficienti per poter parlare di una reale equità e pari opportunità nell’effettiva realtà delle cose. La distanza tra la legge scritta (il diritto formale) e la sua applicazione quotidiana (il diritto sostanziale) rimane ancora un abisso strutturale.
Per un nuovo rinascimento sociale
Per poter sostenere e alimentare un impegno concreto verso una vera crescita nella civiltà e per immaginare un’umanità che si configuri autenticamente come la ‘famiglia di tutti’, occorre un vero e proprio nuovo rinascimento etico e culturale.

Non basta più intervenire con misure tampone o educare dopo che il danno sociale è stato compiuto: è indispensabile un nuovo ordine sociale che sia fondato in modo inequivocabile sulla dignità e libertà inalienabile di ogni essere umano, indipendentemente dal genere. Questo rinascimento comporta la necessità di una decostruzione culturale. Si tratta di smantellare alla radice gli schemi mentali e gli stereotipi di genere trasmessi da generazioni, coinvolgere attivamente gli uomini nel processo di cambiamento, chiedendo loro di rinunciare ai privilegi impliciti del Patriarcato e di abbracciare modelli di mascolinità non violenti. Inoltre, è cruciale che le istituzioni si impegnino a garantire parità effettiva, sicurezza e una giustizia rapida ed esemplare nella sua risposta alle violazioni.
Il cammino verso questa piena condizione di equità di genere e sociale si presenta indubbiamente arduo e lungo, richiedendo una trasformazione sistemica. Tuttavia questo obiettivo resta un imperativo morale sempre attuale e, soprattutto, pienamente possibile da raggiungere.











