Piazza della Loggia: iter giudiziario senza fine
Stragismo e servizi segreti
E’ arrivata solo dopo 51 anni dall’accaduto. Si tratta della sentenza con cui il 3 aprile 2025 il Tribunale dei minori di Brescia ha inflitto a Marco Toffaloni 30 anni di carcere per essere stato ritenuto uno degli esecutori materiali della strage di Piazza della Loggia avvenuta il 28 maggio 1974 durante una manifestazione sindacale antifascista. Questo, l’esito di un nuovo filone di indagini sull’attentato dinamitardo con il quale si voleva destabilizzare la Repubblica italiana e le sue democratiche istituzioni. Oltre a delinearsi come punto di arrivo di un lungo iter giudiziario segnato da assoluzioni, depistaggi e sabotaggi che intralciarono per anni il corso della giustizia con la complicità di esponenti dei servizi segreti (in particolare, il SID soppresso nel 1977 e la Loggia massonica P2 sciolta nel 1981) e di alti funzionari dello Stato che violarono i loro doveri di fedeltà alla Repubblica, la sentenza rappresenta un momento significativo in seno alla continua ed incessante sete di verità e di giustizia reclamata dai familiari delle vittime.
Secondo i giudici italiani ad inserire in un cestino sotto i portici della Piazza i candelotti di esplosivo che provocarono la morte di 8 persone (3 donne e 5 uomini) e il ferimento di altre 102, alcune delle quali in modo grave e con lesioni permanenti, sarebbe stato proprio Toffaloni, oggi 67enne naturalizzato svizzero. Nei suoi confronti però i giudici bernesi non hanno potuto procedere all’estradizione e neanche alla carcerazione, perché per il codice svizzero il reato risultava prescritto. Pertanto il neofascista veronese, che all’epoca dei fatti era un 16enne militante ordinovista, non sconterà la pena a meno che non rientri in Italia. Ma Tomaten, come cameratescamente veniva chiamato, non dimostra alcuna intenzione di lasciare la Svizzera dove si è rifugiato sin dagli anni ’80 con il nome di Franco Maria Muller.

L’Italia delle stragi
Per un cospicuo numero di anni, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80 -meglio noti come anni di piombo– il nostro Paese è stato lo scenario di eventi criminosi a carattere terroristico di varia natura, per mano di gruppi nazionalisti sostenuti dalla destra. Quello di Brescia non fu un evento isolato, ma solo uno dei molteplici attentati -se ne contarono ben 140- che nel corso della Prima Repubblica investirono il nostro Paese. Faceva sèguito a numerosi gravi episodi che avevano colpito il nostro territorio nei mesi immediatamente antecedenti (l’attentato di Piazza Fontana del 1969 con 17 morti, quello al treno Freccia del Sud nella stazione di Gioia Tauro del 1970 con 7 morti, quello di Peteano nel 1972 quando una Fiat 500 imbottita di esplosivo provocò la morte di 3 carabinieri, quello alla Questura di Milano nel 1973 durante la commemorazione dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi con 4 morti) e precedeva la sequela impressionate dei successivi luttuosi eventi (il Treno Italicus, a pochi mesi dalla strage di Piazza della Loggia con 12 morti, la strage di Bologna nel 1980 con 85 morti e quella al Rapido 904 nella galleria di San Benedetto Val di Sambro nel 1984 con 16 morti): assalti delittuosi correlati tutti dal medesimo disegno criminale sostenuto dall’eversione nera. Episodi malvagi che, oltre a danneggiare la parte ideologicamente avversa, erano improntati alla “strategia della tensione” volta ad alimentare tra la popolazione una condizione di instabilità, un continuo stato di allerta e di paura che rendeva impossibile alla cittadinanza recuperare la consueta quotidianità antecedente l’evento: i soggetti colpiti, rivivendo continuamente il trauma dell’atto eversivo tramite flashbacks, ricordi e pensieri intrusivi, provavano la sensazione che potesse accadere qualcosa di brutto in ogni momento. Espressione coniata dal settimanale inglese The Observer all’indomani della strage di Piazza Fontana, la “strategia della tensione” indicava, infatti, una tattica fondata principalmente su una serie preordinata e ben congegnata di atti terroristici destinati a produrre effetti di terrore sulla popolazione: manipolare i comportamenti delle masse e influenzarle sul piano psicologico contribuendo ad aumentarne il carico emotivo, era lo scopo di quella violenta e destabilizzante manovra. All’indomani dell’esplosione nel cuore palpitante della vita cittadina bresciana, in un intreccio di fumo, sangue, ambulanze, urla, pianti e sofferenze, sentimenti di inquietudine e sconcerto si diffusero in ogni angolo del Paese.

Il prezzo della democrazia
Il movente degli atti terroristici era il sovvertimento dell’ordine costituito. Pestaggi, intimidazioni, ordigni contro sedi istituzionali e sindacali, cooperative e scuole, lanciavano segnali cupi e minacciosi a danno della nostra democrazia. Provocare un clima di disordine e di paura, esasperare la popolazione, inculcare nella società sentimenti di sfiducia nell’autorevolezza delle istituzioni governative, era l’obiettivo di quella rete terroristica neofascista che si nutriva della manipolazione di giovani uomini, della violenza di militanti, della perversione di ideologi raffinati e di un oscuro tramaglio di complicità costruita su silenzi, benevolenze, omissioni, coperture. Nello specifico, l’intento era quello di destabilizzare la situazione politica italiana influendo sul sistema politico democratico, già in crisi di egemonia, in modo da renderlo instabile e bloccare il progressivo spostamento dell’asse politico e governativo -erano gli anni del cosiddetto “compromesso storico”- verso le forze di estrema sinistra: una strategia politica, promossa da Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, che puntava ad un’alleanza organica tra i due grandi partiti popolari nel tentativo di evitare un colpo di stato. Sì, perchè i progetti eversivi che hanno contrassegnato gli anni ’70 possono qualificarsi come veri e propri colpi di Stato, anche in assenza di piani d’attacco militare; essi, infatti, prevedevano l’interruzione della democrazia parlamentare, l’individuazione di soggetti politici ritenuti pericolosi e il ricorso alla violenza. Fu così che per impedire al governo italiano di stabilire una coalizione con il Partito Comunista, venne pianificato un potenziale golpe, e la piazza di Brescia fu prescelta per il nuovo esperimento eversivo di matrice neofascista.
Terrorismo politico
Quella di Brescia non fu neanche la strage più grave e la più conosciuta, ma fu molto diversa da quelle avvenute prima: anzichè utilizzare la tecnica dell’assassinio, del sequestro di persona, di assalti a sedi di partiti ed istituzioni oppure colpire in modo indiscriminato obiettivi simbolici per facilitare una comunicazione ideologico-politica e ricercare un effetto propagandistico, l’attacco sferrato al cuore pulsante di Brescia venne definito come la strage dinamitarda con il più alto tasso di politicità, poiché colpì una manifestazione sindacale antifascista: una dimostrazione di impegno civico in cui un popolo senza armi era sceso in strada, accanto alle forze sociali e politiche, per ribadire un forte no alla violenza e alla paura. Espressione facilmente riconducibile, nell’immaginario e nella memoria, all’antifascismo e alla Resistenza, questa particolarità ha fatto sì che il sindacato, e in particolare la Cgil-Scuola a cui apparteneva la maggior parte delle vittime, si sia fatto carico della trasmissione di questa memoria: una memoria ‘militante’, presente soprattutto in persone che, all’epoca dei fatti, vivevano il loro impegno politico in movimenti o partiti della sinistra; una memoria ‘storica’ legata alla richiesta di chiarimenti e di giustizia; una memoria ‘attiva’ come dialogo sociale; una memoria ‘pubblica’ come attestazione dell’abbraccio collettivo in cui ancora si stringe l’intera cittadinanza.

Esempio di memoria e società in dialogo
Per mantenere viva la consapevolezza e il ricordo collettivo di quel passato, a Brescia è stato fondato un centro di iniziative e documentazione sulla strage di Piazza della Loggia denominato Casa della Memoria: un’associazione senza scopo di lucro, sorta nel 2000 per iniziativa congiunta del Comune, della Provincia e dell’Associazione Familiari delle vittime, che portano impresso sulla carne e nell’anima un dolore indelebile. L’Istituto che ha per fine la ricerca scientifica, l’approfondimento culturale, l’acquisizione di ogni documentazione utile alla più completa ricostruzione ed interpretazione critica delle vicende connesse alla strage, favorisce attività e iniziative di tipo sociale: incrementa la biblioteca e l’archivio di materiale documentario, organizza mostre, convegni di studio e seminari su argomenti di carattere storico, di scienze sociali, politiche ed economiche; promuove e cura la pubblicazione di studi e ricerche; organizza direttamente o in collaborazione con altri enti e organismi, le iniziative annuali in ricorrenza del disastro. Il tutto volto alla conservazione della memoria e alla costruzione di una vera e propria ‘cultura’ della memoria, che vada oltre l’anniversario e le cerimonie di commemorazione.
Per non dimenticare le vite spezzate, le speranze e le idealità infrante, i progetti sottratti al futuro e celebrare la fecondità del sacrificio di coloro che sono caduti in nome dei valori della democrazia, il 28 maggio di ogni anno Brescia onora il ricordo delle vittime dell’attentato per mantenere in vita una memoria a testimonianza del passato. Perchè ricordare pubblicamente ciò che la città custodisce amorevolmente da quel lontano 28 maggio 1974, è il primo passo per costruire insieme una comunità forte, compatta e consapevolmente determinata.











