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Dopo tanti articoli impegnati che trattano talvolta anche concetti esoterici, misteriosi quasi incredibili, oggi per poter riposare un po’ la mente dei nostri lettori proponiamo questo articolo all’apparenza un po’ per così dire frivolo, anche se scavando nel profondo non lo è affatto. Oggi parleremo di cinema ma non tanto di attori che sono la punta dell’iceberg del cinema, quelli conosciuti quasi idolatrati come sorte di dei greci. Parleremo di un settore direttamente responsabile della nascita di un film. In genere queste persone sono nascoste dietro le quinte, lasciando spazio a registi e attori ma l’importanza di questi artisti è senza ombra di dubbio strabiliante. Se non esistessero questi personaggi probabilmente non esisterebbero gli attori e di conseguenza i registi che tutti conosciamo. Oggi parleremo degli sceneggiatori, i pensatori, i creatori del film. Cercheremo di comprendere chi sono i maggiori sceneggiatori di Hollywood e analizzeremo i loro stili.
Lo sceneggiatore e le fasi del film
Lo sceneggiatore è il primo “ingranaggio” per la realizzazione di un film. Lo sceneggiatore pensa e crea il film come un architetto crea una bella villa. Lo sceneggiatore pensa all’avventura che diverrà un film e la scrive portandola in dialoghi, creando quindi il “copione” che sarà utilizzato dai registi per poi passare agli attori che dovranno recitare la propria parte. Possiamo dire che lo sceneggiatore sia il primo artista, “l’architetto del film”.

Un film che vediamo al cinema e che ci appassiona, magari ci fa bagnare gli occhi, magari ci crea timore, adrenalina, è realizzato da più persone. Il primo è lo scrittore, se il film fosse tratto da un libro. Se non fosse tratto da un libro lo scrittore viene sostituito dallo sceneggiatore che crea la storia e la traduce in dialoghi. Dallo sceneggiatore la storia passerà al managment che la proporrà alle majors di produzione oppure al cinema indipendente. Se la sceneggiatura dovesse essere interessante la major o azienda di produzione per capirci, la acquisterà per produrne un capolavoro cinematografico.
A questo punto si metterà in moto la macchina del business, un “ingranaggio” che in questo caso poco ha a che vedere con il lato artistico ma che permetterà la costosa realizzazione dell’opera, in base ad una proiezione dei costi e ad una previsione dei guadagni. L’azienda cinematografica a finanziamenti preventivati e accolti, inizierà a contattare i registi più adatti alla realizzazione del film. Il regista si incaricherà di selezionare gli attori e le attrici tramite appositi provini che si basano sulla fisionomia vista dal regista e sulla recitazione di frammenti di parti del film per valutare le capacità dell’attore o dell’attrice.
Per poter rendere un film interessante ed appetibile al pubblico sarà necessario inserire nello staff anche qualche attore famoso a livello internazionale, sempre che la parte principale non sia stata pensata per un grande attore abile su certi personaggi e su determinate parti. Nel caso di un attore famoso che fosse inserito nel film con una piccola parte per attirare il pubblico alla visione del film, questo personaggio presente per pochi minuti nell’opera cinematografica si chiamerà in gergo “cameo”. Quello che è più importante sarà comprendere la bontà della storia, se affidare le parti principali ad attori molto famosi. Per incassare cifre da capogiro le due cose dovranno essere fuse in un solo intento ovvero: storia interessante e cast di attori ai massimi livelli. Logico è che gli attori di fama internazionale faranno lievitare il budget previsto.
I tre grandi maestri della sceneggiatura americana: Billy Wilder, Robert Towne e Charlie Kaufman
Tre autori, tre epoche, tre modi di intendere il cinema. Dalla perfezione narrativa della Hollywood classica al disincanto della New Hollywood, fino ai labirinti psicologici del cinema contemporaneo: un viaggio nell’arte di scrivere storie destinate a diventare immagini.
Il cinema appartiene ai registi, si dice spesso. Sono loro a imprimere un volto riconoscibile ai film, a trasformare le immagini in uno stile, a costruire un universo visivo. Eppure, prima ancora che una macchina da presa venga accesa, esiste un’altra forma di creazione, meno visibile ma altrettanto decisiva: la sceneggiatura.
È sulla pagina che prendono forma i personaggi, che nascono i conflitti, che il tempo narrativo acquista ritmo e significato. E sono spesso gli sceneggiatori, più ancora dei registi, a intercettare le contraddizioni di una società, trasformandole in racconti capaci di attraversare le generazioni.
Scegliere i tre maggiori sceneggiatori della storia americana significa inevitabilmente compiere una selezione soggettiva. Autori come Ben Hecht, Paddy Chayefsky, William Goldman e Quentin Tarantino avrebbero pieno diritto di figurare in una simile ricognizione. Ma tre nomi consentono di seguire un percorso particolarmente significativo: Billy Wilder, Robert Towne e Charlie Kaufman.
Tre personalità radicalmente diverse, accomunate dalla capacità di trasformare la scrittura cinematografica in una forma autonoma di espressione artistica.
Billy Wilder: l’eleganza crudele della Hollywood classica

Film fondamentali
La fiamma del peccato (1944), Viale del tramonto (1950), A qualcuno piace caldo (1959)L’appartamento (1960)
Billy Wilder non era americano di nascita. Nato nell’Impero austro-ungarico, formatosi culturalmente nell’Europa centrale e fuggito dal nazismo, trovò negli Stati Uniti il luogo in cui sviluppare pienamente il proprio talento. Proprio questa condizione di osservatore esterno gli consentì forse di guardare la società americana con una lucidità che pochi altri possedevano.
Wilder conosceva perfettamente i meccanismi del cinema popolare, ma non ne condivideva necessariamente l’ottimismo. Nei suoi film il desiderio di successo si accompagna quasi sempre a una forma di compromesso morale; l’amore è attraversato dall’egoismo, l’ambizione dalla menzogna, la rispettabilità dall’ipocrisia.
La grandezza della sua scrittura risiede soprattutto nella precisione. Ogni scena prepara la successiva, ogni battuta definisce un personaggio, ogni dettaglio apparentemente secondario trova prima o poi la propria funzione narrativa. Nulla sembra superfluo.
In Viale del tramonto, scritto con Charles Brackett e D. M. Marshman Jr., Wilder racconta la decadenza di Hollywood attraverso la relazione tra uno sceneggiatore fallito e una diva del cinema muto incapace di accettare il proprio declino. L’intuizione straordinaria consiste nel fare dell’industria cinematografica il teatro di una tragedia sulla vanità, sulla solitudine e sulla devastante necessità di essere amati.
Con A qualcuno piace caldo, scritto insieme a I. A. L. Diamond, Wilder dimostra invece che una commedia può essere costruita con la stessa esattezza di un congegno meccanico. Gli equivoci si accumulano, le identità si confondono e la tensione comica cresce fino a un finale diventato proverbiale.
Ma è forse L’appartamento a rappresentare la sintesi più raffinata del suo talento. Dietro una storia sentimentale apparentemente semplice si nasconde una critica feroce al conformismo aziendale, all’arrivismo e alla mercificazione dei rapporti umani. Wilder ha insegnato a generazioni di autori una lezione fondamentale: la sceneggiatura è l’arte di nascondere una costruzione rigorosissima dietro l’apparente naturalezza della vita.
La sua ironia non cancella mai la malinconia. E il suo pessimismo, paradossalmente, lascia sempre uno spiraglio alla dignità umana.
Robert Towne: il grande romanziere della disillusione americana

Film fondamentali
L’ultima corvè (1973), Chinatown (1974), Shampoo (1975), Tequila Connection (1988)
Se Wilder aveva raccontato le contraddizioni dell’America attraverso le regole della Hollywood classica, Robert Towne contribuì a demolire quelle stesse certezze narrative negli anni Settanta. La sua carriera si sviluppò durante la stagione della New Hollywood, quando il cinema americano cominciò a mettere in discussione i modelli tradizionali di eroismo, giustizia e successo. Towne era uno sceneggiatore capace di costruire personaggi complessi senza ricorrere a spiegazioni psicologiche troppo evidenti. I suoi protagonisti non comprendono interamente il mondo in cui vivono e, soprattutto, non possiedono gli strumenti morali per cambiarlo. Il capolavoro assoluto della sua carriera rimane Chinatown, diretto da Roman Polanski nel 1974. Ambientato nella Los Angeles degli anni Trenta, il film utilizza la struttura del noir investigativo per raccontare qualcosa di molto più vasto: la corruzione del potere, la manipolazione delle risorse economiche, la violenza nascosta dietro le apparenze della rispettabilità.
Il detective Jake Gittes, interpretato da Jack Nicholson, inizia la propria indagine convinto che la verità possa essere ricostruita e che la conoscenza possa condurre alla giustizia. Ma progressivamente scopre un sistema di interessi e sopraffazioni che supera la sua capacità d’intervento. È proprio qui che la sceneggiatura di Towne raggiunge una dimensione quasi tragica. Il protagonista non fallisce perché sia stupido o incapace. Fallisce perché il mondo è strutturalmente più grande di lui. Non a caso, Chinatown occupa il terzo posto nella celebre classifica delle 101 migliori sceneggiature cinematografiche compilata dalla Writers Guild of America nel 2006.
Towne possedeva inoltre una sensibilità straordinaria per lo spazio urbano. La Los Angeles dei suoi film non è un semplice sfondo geografico, ma un organismo vivente, un luogo in cui il paesaggio nasconde rapporti di classe, interessi economici e memorie cancellate. Anche in Shampoo, scritto con Warren Beatty, l’intreccio delle relazioni sentimentali diventa una rappresentazione della superficialità e del narcisismo dell’America alla fine degli anni Sessanta. La grande innovazione di Towne consiste nell’aver trasformato la sceneggiatura cinematografica in una forma di romanzo morale, capace di raccontare la società attraverso il destino di individui imperfetti. Con lui il cinema americano perde definitivamente una parte della propria innocenza.
Charlie Kaufman: quando la sceneggiatura diventa un labirinto della mente

Nato nel 1958
Film fondamentali
Essere John Malkovich (1999), Il ladro di orchidee (2002), Se mi lasci ti cancello (2004), Synecdoche, New York (2008)
Con Charlie Kaufman la sceneggiatura americana compie un ulteriore salto. Non si limita più a raccontare una storia o a rappresentare criticamente la società: comincia a interrogare se stessa, le proprie regole e la possibilità stessa di costruire una narrazione coerente dell’esperienza umana.
Kaufman è probabilmente uno degli sceneggiatori più originali del cinema contemporaneo. Le sue opere mescolano realtà e immaginazione, identità e rappresentazione, memoria e desiderio. Le strutture narrative diventano instabili, i personaggi si moltiplicano e il confine tra ciò che viene vissuto e ciò che viene inventato finisce per dissolversi. In Essere John Malkovich, diretto da Spike Jonze, un uomo scopre un passaggio segreto che consente di entrare nella mente dell’attore John Malkovich. Da questa premessa surreale nasce una riflessione sul desiderio di essere qualcun altro, sulla frustrazione personale e sulla natura dell’identità. Con Il ladro di orchidee, Kaufman realizza qualcosa di ancora più audace: trasforma la difficoltà di adattare un libro per il cinema nel soggetto stesso del film. Lo sceneggiatore diventa personaggio, la scrittura diventa azione, la finzione riflette continuamente sul proprio funzionamento.

È un’opera che mette in crisi le convenzioni narrative hollywoodiane proprio mentre sembra utilizzarle. Ma il suo risultato più emozionante resta probabilmente Se mi lasci ti cancello, diretto da Michel Gondry, scritto da Kaufman a partire da una storia concepita con Gondry e Pierre Bismuth. Il film immagina una procedura scientifica capace di cancellare dalla memoria i ricordi di una relazione sentimentale. La premessa fantascientifica diventa lo strumento per esplorare una delle domande più dolorose dell’esperienza amorosa: preferiremmo non aver mai conosciuto qualcuno che ci ha fatto soffrire, oppure accetteremmo nuovamente quel dolore pur di conservare la bellezza di ciò che abbiamo vissuto?
Kaufman costruisce la sceneggiatura come un percorso frammentato dentro la memoria. Il tempo non procede linearmente, le immagini mentali si trasformano e i ricordi perdono progressivamente consistenza. La complessità della forma, tuttavia, non è mai un semplice esercizio intellettuale. Al contrario, permette di avvicinarsi alla natura disordinata, contraddittoria e profondamente emotiva della coscienza.
Con Synecdoche, New York, da lui anche diretto, Kaufman porta questa ricerca verso territori ancora più radicali: un regista teatrale tenta di ricostruire la propria esistenza all’interno di un’opera smisurata, fino a confondere completamente l’arte con la vita. Kaufman ha dimostrato che una sceneggiatura può essere filosofica senza rinunciare alle emozioni, sperimentale senza perdere la propria umanità.
Se Wilder cercava la perfezione della struttura e Towne la verità nascosta sotto le apparenze, Kaufman si domanda se una verità stabile sia davvero raggiungibile.
Tre modi di scrivere, tre idee di cinema
Le differenze tra questi autori raccontano, in fondo, l’evoluzione del cinema americano nel corso di quasi un secolo.
Wilder appartiene a un’epoca in cui la narrazione cinematografica tendeva alla chiarezza, all’equilibrio e alla precisione. La sua genialità consiste nell’aver usato quella forma classica per esprimere una visione profondamente scettica della società.
Towne rappresenta invece la crisi delle certezze americane. Nei suoi film il racconto assume la forma di un’indagine che progressivamente rivela l’impossibilità di distinguere nettamente il bene dal male, la verità dalla manipolazione, l’individuo dal sistema di potere che lo condiziona.
Kaufman, infine, appartiene a un mondo in cui persino l’identità personale è diventata problematica. Non è più soltanto la società a essere indecifrabile: è la mente stessa dell’individuo a trasformarsi in un territorio misterioso.
Tre autori, dunque, e tre domande fondamentali: come si racconta una storia? Come si racconta la verità? E come si racconta una realtà che sfugge continuamente alla nostra comprensione?
La grandezza di questi sceneggiatori risiede anche nel fatto che le loro opere funzionano su diversi livelli. Possono essere apprezzate dal pubblico come racconti appassionanti, divertenti o commoventi, ma resistono anche a un’analisi più profonda, rivelando una complessità che si rinnova a ogni visione.
Conclusione: gli architetti invisibili del cinema
La storia del cinema è stata raccontata troppo spesso come una successione di grandi registi. Hitchcock, Ford, Kubrick, Scorsese e Coppola sono nomi che identificano immediatamente un linguaggio, uno stile, un immaginario.

Ma dietro molti dei più importanti film americani esistono scrittori capaci di dare forma a un universo ancora prima che quell’universo venga fotografato.
Billy Wilder, Robert Towne e Charlie Kaufman dimostrano che lo sceneggiatore non è semplicemente un tecnico incaricato di organizzare scene e dialoghi. È un autore che pensa attraverso il racconto, che interpreta il proprio tempo e che inventa strutture narrative capaci di modificare il nostro modo di osservare la realtà.
La sceneggiatura, quando raggiunge questi livelli, smette di essere soltanto una fase preparatoria della produzione cinematografica. Diventa letteratura destinata a trasformarsi in immagini. E forse il modo migliore per riconoscere un grande sceneggiatore è proprio questo: accorgersi che, a distanza di decenni, non ricordiamo soltanto ciò che accade nei suoi film, ma soprattutto il modo nuovo in cui quei film ci hanno insegnato a guardare il mondo.
La realizzazione di un film
I costi in base agli attori
Supponiamo che un film possa essere girato come previsto da un business planing di 10 milioni di dollari con un cast di attori non di grande fama. I costi di questo film se affidassimo la parte principale ad un attore ai vertici della fama, potrebbe aumentare anche di 20 milioni di dollari. Se la sceneggiatura fosse davvero interessante, con la parte principale affidata ad un attore al massimo della fama, è naturale che il film possa promettere grandi entrate. Inserire o meno nomi altisonanti nel film è a discrezione della produzione, dei budget previsti e di quanto le aziende di produzione credano nella sceneggiatura. A film ultimato il lavoro spetterà alla post produzione che lavorerà sulle colonne sonore, effetti speciali, eventuali doppiaggi per l’esportazione e via dicendo.
La filiera cinematografica
A film ultimato l’opera inizierà dalla prima ovvero una proiezione del film solamente per gli attori, produttori, registi, famigliari e amici, potenziali investitori futuri, da questa fase il film andrà nei cinema di tutto il mondo. Dopo la visione al cinema il film seguirà le “finestre temporali” ovvero: Premium video on demand (dopo circa 45 giorni), Home Video and digital classic (dopo circa 3-4 mesi), Pay TV e Streaming (dai 4 ai 6 mesi dall’uscita nei cinema), TV in chiaro (dopo circa 18 mesi).
Fabio Valentino Sciatti
A Brescia abbiamo uno scrittore in particolare Fabio Valentino Sciatti. Questo scrittore ha alle spalle una serie di libri che potrebbero un domani portare a interessantissimi film, sempre che come auspico, un giorno le storie descritte, possano essere trasformate in interessanti sceneggiature e proposte sui mercati internazionali.

Conclusione
Forse non avreste mai detto che per un film appassionante di poco meno di due ore ci fosse alle spalle un lavoro del genere e investimenti di questo calibro. Ora che conoscete l’iter della realizzazione di un film a livello internazionale penso che guarderete un’opera con maggio interesse. Vorrei ricordare che guardare un film non è sempre semplice. E’ necessario guardare ma soprattutto vedere e comprendere con coscienza critica. Dopotutto un film internazionale è spesso come un portale in grado di farci comprendere il passato, la storia vissuta ma anche un vero e proprio portale sul futuro. Chi avesse orecchi per intendere intenda.
TEL 030.3770228













