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Il dovere del ricordo tra indifferenza e oblio

Verso la fine degli anni ’90, nel quadro delle relazioni intessute dall’Italia con le due nuove Repubbliche di confine (Slovenia e Croazia), ebbe inizio una nuova fase della storia nazionale, in seno alla quale la politica italiana tentò di lenire le ferite inferte alla memoria collettiva dalla questione territoriale adriatica mediante una più profonda vicinanza istituzionale alle vicende di confine. Fu così che prese l’avvio quel processo di formale legittimazione della memoria delle foibe e dell’esodo istriano e giuliano-dalmata, che culminò nel primo decennio degli anni 2000 con l’emanazione della L.92/2004 (o legge Menia dal nome del primo firmatario), il cui merito fu quello di istituire il “Giorno del Ricordo”. Fissato come ricorrenza civile al 10 febbraio di ogni anno, il suo intento era, infatti, quello di “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale[1], approfondire la riflessione storiografica e sollecitare iniziative nel mondo della scuola al fine di contrastarne l’oblio. Per poter giungere alla definizione di una memoria storica condivisa, l’esercizio della memoria, per quanto sollecitato da una ricorrenza istituzionale, si impone come un dovere civile e morale per impedire che il passato si ripeta, per trasmettere i sani valori della democrazia e creare basi sempre più solide per il futuro.

La vittoria mutilata

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La data scelta dal legislatore per la commemorazione del “Giorno del Ricordo” venne individuata nel 10 febbraio per celebrare il giorno in cui nel 1947 venne firmato a Parigi il Trattato di Pace tra lo Stato italiano e le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale; una pace che l’Italia pagò a caro prezzo, poichè dovette subire la ‘mutilazione’ di buona parte dei territori dell’Adriatico orientale determinando l’avvio dell’esodo forzato degli italiani dall’Istria, dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia. All’istituzione italiana del “Giorno del Ricordo” fece, infatti, da contraltare -per opera delle autorità di Lubiana – l’introduzione della “Giornata del ritorno del Litorale sloveno alla Madrepatria”, solennità civile onorata 15 settembre in ricordo dell’annessione, a seguito del Trattato di Pace di Parigi entrato in vigore il 15 settembre 1947, di buona parte delle terre adriatiche.

La congiura del silenzio

I contenuti del Trattato, definiti a conclusione dei lavori della Conferenza di Pace che si era svolta a Parigi l’anno prima, non richiamavano affatto né l’invasione, né tantomeno l’occupazione della Jugoslavia da parte dell’Italia a fianco dei nazisti. Questa “congiura del silenzio[2] sui crimini compiuti dal regime fascista, ottenebrò le responsabilità del fascismo determinando un’incompleta coscienza storica nazionale che produsse effetti particolarmente distorsivi sulla memoria dell’intera vicenda del confine orientale. La narrazione dei crimini fascisti ebbe timidamente inizio dopo il crollo del Muro di Berlino (1989) e la fine della Guerra Fredda (1991), ma fu soltanto la legge istitutiva del “Giorno del Ricordo” che favorì la riappropriazione di uno spezzone della nostra storia. Con il riconoscimento di quella solennità, non solo si tentò di cancellare la “damnatio memoriae”[3] imposta a questo tragico capitolo storico, ma anche di compiere una sorta di atto riparatorio dall’immenso valore nazionale e morale.

Luci ed ombre della legge 92

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Il suo iter legislativo, anche se ampiamente partecipato, fu piuttosto lungo. L’istituzione di tale solennità è stata oggetto, nel corso degli anni, di strumentalizzazioni politiche, amplificate dai mezzi di comunicazione di massa, sin dalla prima commemorazione celebrata il 10 febbraio 2005.

Il 9 febbraio 2005, giorno antecedente la prima celebrazione, il Presidente della Repubblica Ciampi parlò dal Quirinale di ideologie nazionalistiche e razziste propugnate dai regimi dittatoriali, senza menzionare le violenze perpetrate dal regime fascista nei confronti del popolo sloveno e croato durante l’occupazione della Jugoslavia. Quasi che la vicenda delle foibe e dell’esodo, protetta fino ad allora dal silenzio di un’intera classe politica, dovesse continuare a configurarsi come un argomento tabù, destinato ad essere sottaciuto. A questa omissione Ciampi tentò di riparare avanzando, più di una volta (nel 2004 e nel 2006) l’idea di un ‘pellegrinaggio’ civile nelle terre bagnate dall’Adriatico al fine di promuovere, unitamente ai capi di Stato di Croazia e Slovenia, una riappacificazione definitiva mediante il reciproco riconoscimento delle violenze inflitte. Ma l’iniziativa non decollò. E quando Napolitano nel 2007 rinverdì senza successo la proposta, i giornali diffusero la notizia di una crisi diplomatica tra Roma e Zagabria: mentre il Presidente sloveno Drnovšek criticò riservatamente il Capo di Stato italiano con l’invio di una risentita lettera personale, il Presidente croato Mesić lo accusò pubblicamente di “aperto razzismo, revisionismo storico e ricerca di vendetta politica”.

Ad inasprire le tensioni intervenne poi l’assegnazione -contemplata all’art.3, c.1 della L.92-  di una onorificenza ai congiunti degli infoibati tra cui figuravano anche alcuni presunti criminali di guerra italiani.

L’incidente diplomatico ebbe un’ampia eco di risonanza sulle commemorazioni a venire. Nel 2010, in occasione della sesta ricorrenza del “Giorno del Ricordo”, Napolitano tentò il primo passo verso una “memoria europea riconciliata[4]F. Focardi, Nel cantiere della memoria ], ovvero una riappacificazione tra Italia, Slovenia e Croazia realizzata in nome della comune appartenenza europea. Ma il tentativo di riconciliazione che avrebbe consentito il superamento di ogni estremismo nazionalista, non produsse cambiamenti significativi nella politica della memoria, neppure negli anni successivi. Nel 2013, in occasione della cerimonia commemorativa dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, il Presidente Napolitano, sottolineando l’esigenza di farsi carico delle responsabilità del passato, affermò orgogliosamente di aver individuato la via giusta della riconciliazione con la Croazia e con la Slovenia e “di aver fatto del mare Adriatico di nuovo un mare di pace e di collaborazione[5]. Ma anche questa volta la tanto agognata condivisione della memoria storica non giunse a compimento. E così le volte successive. Anzi, nel 2015 a seguito di un comunicato rilasciato il 10 febbraio, il neopresidente della Repubblica Mattarella fu accusato di aver espresso solo mere dichiarazioni di circostanza, tant’è che nel dibattito pubblico si tornò immediatamente a fare largo uso del lessico nazionalista: alle espressioni “pulizia etnica”, “congiura del silenzio” ed “espulsione” si aggiunse anche quella di “genocidio”, nonché l’insensata equiparazione fra Foibe ed Olocausto.

La guerra del ricordo

Anche quella di individuare il 10 febbraio come “Giorno del Ricordo” alimentò controversie, risultando fin dall’inizio una scelta infelice. Perchè tra il 27 gennaio, giorno in cui si commemora lo sterminio ebraico, e il 10 febbraio corre una distanza di pochi giorni. E’ vero che la decisione venne assunta dal Parlamento a larghissima maggioranza, ma sarebbe stato meglio dilatare la distanza tra le due date, perchè ciò non avrebbe indotto a pensare che le celebrazioni del 10 febbraio fossero una rivalsa nei confronti della memoria dell’Olocausto: la vicinanza tra le due solennità civili -secondo alcuni- sembrerebbe fatta a bella posta per suscitare fraintendimenti e confusione. Che puntualmente si sono verificati. Tale, del resto, era anche l’esplicito intendimento di alcune frange più radicali dell’associazionismo degli esuli, che si erano impegnate a presentare Foibe ed Esodo quali atti genocidari, destinati ad un riconoscimento pari a quello della Shoah.

A contenere le strumentalizzazioni intervennero la saggezza politica e il rigore morale del Presidente Mattarella, il quale impostò il rapporto tra Shoah e Foibe in termini di cordoglio per tutte le vittime, pur mantenendo viva la distinzione storica tra le due atrocità.

Per un effettivo progetto di conciliazione storica

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L’impegno di Mattarella si è sempre profuso nel tentativo di mostrare come la nostra Repubblica non abbia avuto timore ad uscire dal cono d’ombra che l’aveva oscurata per decenni, né di scavare nella propria storia per conferire ufficialità ai crimini di guerra e alla complessa storia di violenze di cui l’Italia si era macchiata sul confine orientale. Ampia evidenza, quindi, agli errori, alle omissioni e anche alle colpe imputabili al nostro Paese, perchè la politica brutalmente antislava perseguita dal regime fascista e l’odio manifestato “che, ancora oggi, appare abominevole e senza senso” non possono essere messi in discussione. “I tentativi di oblio, di negazione o di minimizzare sono un affronto alle vittime e alle loro famiglie”-queste le parole che il Presidente della Repubblica Mattarella  ha pronunciato ieri al Quirinale in vista della cerimonia commemorativa del “Giorno del Ricordo” di cui oggi si celebra il 20° anniversario.

Ma la politica della memoria che da anni il Quirinale ha intrapreso con coraggio, onestà intellettuale e fatica, sarà stata finalmente compresa dall’opinione pubblica? Avrà indotto ad una sufficiente riflessione critica quella minoranza di negazionisti ideologici e spregiudicati provocatori che, prestandosi a speculazioni e grottesche manipolazioni, ancora minimizzano e negano gli eventi sanguinari e drammatici delle foibe ?

La risposta risiede nell’Europa come comune spazio di dialogo, di convivenza, di cooperazione ed integrazione, come promozione dei diritti umani, come rispetto della dignità e dell’alterità. Perchè l’Unione degli Stati europei, come bene comune e frutto di un’impresa collettiva, deve essere in grado di edificare quel rapporto interpersonale che sta alla base della democrazia, mediante la costruzione di una coscienza comune che realizzi gli obiettivi dell’integrazione culturale e sociale, della tolleranza reciproca e del pluralismo. E anche se oggi nuove ombre minacciose si addensano sulla pace, la costruzione dell’Unione europea deve fungere da “antidoto alla barbarie[6] e rappresentare la più efficace direzione di marcia per rivolgersi con fiducia e speranza ad un futuro di libertà, di democrazia e  giustizia sociale.

Note

[1] Legge n. 92 del 30.03.2004, art.1,c1.

[2] E.Gobetti, E allora le foibe? 2020.

[3]Citazione tratta da Grazie alla legge Menia il 10 febbraio si celebra il Giorno del Ricordo, in Repubblica, 29 gennaio 2014.

[4]F.Focardi, Nel cantiere della memoria, 2020.

[5]Intervento del Presidente Napolitano alla cerimonia commemorativa dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, 24.03.2013.

[6] Intervento del Presidente Mattarella alla cerimonia commemorativa del  “Giorno del ricordo”, 09.02.2024.


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Angela Gadducci
Author: Angela Gadducci

Angela Gadducci è una professoressa con incarico articoli per la sezione etica e società ma anche storia e cultura. Già Dirigente scolastica e Coordinatrice di Attività di Ricerca didattica presso le Università di Pisa e Firenze, è autrice di articoli e libri di politica scolastica. Significative le sue collaborazioni con le riviste Scuola italiana Moderna, Scuola 7, Continuità e Scuola, Rassegna dell’Istruzione, Opinioni Nuove, Il Mondo SMCE.

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