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Nobel per la pace: un premio criticabile?
Un premio Nobel è per sempre. Ma il Nobel per la Pace ha più volte diviso l’opinione pubblica: talvolta le scelte che potevano sembrare calibrate si sono rivelate un clamoroso abbaglio, mentre altre candidature dalle quali il mondo intero si sarebbe aspettato un adeguato riconoscimento sono finite per mancare clamorosamente il premio.
Gandhi, per esempio, è stato uno dei pochi casi per il quale il Comitato per il Nobel abbia ammesso di aver perso un’occasione importante. Il padre dell’indipendenza indiana, nominato per il Nobel per la pace almeno cinque volte (nel 1937, 1938, 1939, 1947 e appena prima di essere assassinato nel gennaio 1948), non lo vinse mai. E nel 1948 il Comitato si rifiutò di assegnare il premio, considerando che “non esiste[va] nessun candidato vivente meritevole”di aggiudicarselo.

Sono molte le nomine e le vittorie del prestigioso Premio Nobel per la Pace ad aver suscitato malumori e controversie nel corso della storia.Tra i casi più discussi meritano di esserne richiamati alcuni.
E’ il caso, per esempio, del primo ministro israeliano Menachem Begin, assegnatario del Nobel 1978 per gli accordi di Camp David stipulati con il presidente egiziano Sadat, che nel 1982 ordinò l’invasione del Libano.
Oppure il caso del leader sovietico Gorbačëv, che si aggiudicò il Nobel del 1990 per il suo ruolo di pacificatore al termine della Guerra Fredda, e che nel 1991 dispiegò i suoi carri armati per cercare di annichilire le velleità indipendentiste dei paesi baltici. E ancora, il Nobel del 1994 assegnato congiuntamente a Yasser Arafat (leader dell’OLP), Shimon Peres e Yitzhak Rabin (rispettivamente, presidente e primo ministro dello Stato di Israele) per gli accordi di Oslo: nel 2000 Arafat, portavoce e rappresentante della causa palestinese nel difficile processo negoziale con Israele, guidò il suo popolo durante la violenta seconda intifada contro l’occupazione israeliana. Per non parlare poi del Nobel 2009 conferito al neoeletto presidente degli Stati Uniti Barack Obama che, nel 2007 -in piena campagna elettorale- dichiarandosi disposto ad incontrare i “nemici” dell’America e guadagnandosi così la candidatura, si presentò a Oslo per ricevere il premio quando aveva già ordinato di triplicare la presenza di militari americani in Afghanistan.
Anche Madre Teresa, vincitrice del Nobel per la pace nel 1979 e canonizzata da Papa Francesco nel 2016, è stata incredibilmente criticata: nel 1994 la rivista medica britannica The Lancet l’ha biasimata per non aver fornito supporti medici adeguati ai pazienti moribondi nel suo ospedale di Calcutta.
Ma non finisce qui. Tra le candidature destinate a far discutere, merita ricordare che, per quanto assurdo possa sembrare, persino Mussolini e Stalin hanno ricevuto la candidatura al Nobel per la Pace. Mussolini venne candidato nel 1935, ma non fu mai insignito; Stalin fu segnalato per ben due volte, nel 1945 e nel 1948, per gli sforzi da lui compiuti per porre fine alla seconda guerra mondiale, ma non vinse mai pur avendo sottaciuto particolari del suo sanguinario regime dittatoriale. Sbalorditiva fu, invece, la candidatura di Hitler del 1939, promossa dal noto antifascista Erik Gottfrid Christian Brandt, membro del parlamento svedese, come forma di protesta. Ma il suo bizzarro intento non fu colto e, per ritirare la nomina di Hitler, gli fu necessario vergare una vera e propria lettera di rinuncia.
Pace: è solo una parola e un Nobel?
Il Nobel, che è uno dei premi internazionali più prestigiosi, viene assegnato, com’è ben noto, a coloro che ogni anno si distinguono in modo significativo in alcune branche della scienza, chimica e fisica, della medicina e della letteratura “per stimolare con la premiazione la ricerca nei campi che illuminano e aiutano l’essere umano a vivere degnamente”. Così si espresse il chimico e industriale svedese Alfred Nobel, fondatore dell’omonimo premio: il brevetto della dinamite, che la Svezia gli rilasciò nel 1866, lo fece diventare talmente ricco da poter destinare parte dei suoi averi all’istituzione del Premio che rese immortale il suo nome. Oltre a quelli succitati, consegnati a Stoccolma, è previsto anche un Nobel per la pace che viene, invece, conferito annualmente a Oslo tra coloro che lavorano “per la fratellanza tra nazioni, per l’abolizione o riduzione degli eserciti permanenti e per la promozione o il sostegno di processi di pace”. Con queste parole, desunte dal famoso testamento che stilò il 27 novembre 1895, Alfred Nobel dettava le condizioni per l’attribuzione di un premio di particolare rilevanza, che doveva essere concesso nel rispetto di una procedura del tutto diversa rispetto agli altri Nobel: mentre per la scienza e la letteratura i premiati venivano individuati da istituzioni svedesi, il premio per la pace doveva essere corrisposto su decisione di un Comitato composto da cinque membri selezionati dal Parlamento norvegese.

Fu così che, a decorrere dal 1901, nell’ottobre di ogni anno viene reso noto il nome del vincitore, mentre la consegna del riconoscimento avviene a Oslo il 10 dicembre, anniversario della morte di Nobel. Quest’anno il Premio Nobel per la Pace è stato assegnato alla 51enne iraniana Narges Mohammadi per “la sua lotta contro l’oppressione delle donne in Iran e per la promozione dei diritti umani e della libertà per tutti”. E’ questa la motivazione con cui la Presidente del Comitato dei Nobel di Oslo, Berit Reiss-Andersen, ha giustificato la scelta di Mohammadi da un elenco di ben oltre 350 candidature annunciandola alla platea dopo aver scandito lo slogan di protesta delle donne iraniane: “Donna, vita, libertà”. Per sottolineare l’impegno e la tenacia con cui l’assegnataria del premio, già vicepresidente del Centro per i difensori dei diritti umani in Iran, si è battuta “a fronte di un’enorme sofferenza” per difendere i diritti umani, la Presidente Reiss-Andersen ha ricordato come la giornalista e attivista iraniana, attualmente detenuta nel famigerato carcere di Evin, abbia riportato 13 arresti e 5 condanne per un totale di 31 anni di prigione e 154 frustate: la prima volta che ai suoi polsi sono scattate le manette risale al 1998 per aver criticato il governo; l’ultima, al novembre 2021 mentre partecipava ad una cerimonia commemorativa in occasione del secondo anniversario della morte di Ebrahim Ketabdar, ucciso dalle forze dell’ordine iraniane durante le proteste del novembre 2019. Nonostante negli ultimi 25 anni sia stata sistematicamente imprigionata e condannata dai tribunali della Repubblica islamica, Mohammadi non ha mai ceduto all’oppressione continuando a sostenere con irriducibilità e fervore le sue campagne contro la pena di morte e contro il velo obbligatorio.
Regole sessiste nel mondo
Purtroppo in Iran, come del resto in tutti i Paesi islamici, impera tuttora un’ideologia sessista che tende legittimare la superiorità maschile a svantaggio del genere femminile contribuendo al mantenimento della discriminazione sulla base dell’appartenenza di genere. Il persistente sistema tutoriale maschile sottorappresenta le donne ingabbiandole dalla nascita fino alla morte: in nome di una diversità morfologica e funzionale le donne transitano, senza soluzione di continuità, dal controllo del padre a quello del marito per tutta una serie di attività che, per poter essere svolte, richiedono l’autorizzazione del tutore maschio. Anche l’imposizione dell’ḥiǧāb, il tipico accessorio dell’abbigliamento femminile islamico che le donne recano sulla propria testa, costituisce un elemento importante nella politica di separazione dei generi. Il suo uso, strettamente connesso all’etimologia del termine (ḥiǧāb deriva dall’arabo “ḥaǧaba” che significa celare, nascondere allo sguardo) è motivato dal rispetto di norme religiose, tutela di riservatezza, protezione contro possibili molestie o sguardi indiscreti. In realtà, è solo un modo per esercitare il controllo sulle donne e mantenerle nella loro emarginante inferiorità di genere: isolandole o ostacolandone addirittura la vista, il velo, al pari di uno schermo, di una membrana, è utilizzato per separare la femmina dal mondo circostante, la sfera privata dalla sfera pubblica. Così ritenuto, questo indumento viene adottato come simbolo dell’integrità dei valori e della purezza, sia della donna che dell’intera comunità musulmana. Ma non basta: il velo non deve semplicemente essere indossato, deve essere portato in modo conforme ai principi della religione islamica.

Basti pensare alla vicenda di Masha Amini, la 22enne uccisa dalla polizia morale nel settembre 2022 perché non indossava correttamente il velo. Ebbene, ad un anno di distanza dalla sua morte, il regime inasprisce le pene: mentre finora le donne iraniane che non rispettavano gli obblighi imposti dal codice di abbigliamento islamico venivano punite con una detenzione da 10 giorni a 2 mesi, con l’approvazione del disegno di legge inoltrato in Parlamento il 21 maggio 2023 e denominato “Hijab e castità”, le donne senza copertura saranno punite con la reclusione fino a 10 anni. La proposta di legge prevede, inoltre, un sistema di identificazione piuttosto intrusivo che si avvale dell’uso della tecnologia per il riconoscimento facciale. Ma il numero di teste ‘nude’ continua a crescere insieme al numero dei manifestanti che, sull’esempio di Mohammadi, invocano il rispetto dei diritti umani, e inneggiano alla libertà e alla pace.
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