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Mandriole, una piccola frazione del comune di Ravenna, “è la terra che per prima accolse le spoglie di Anita, l’ha amata e continua ad amarla profondamente”. Questa la testimonianza di Massimo Errani, Presidente del Comitato cittadino di Mandriole dove ogni anno, il 4 di agosto, si onora la memoria di Anita Garibaldi con una grande festa: nell’aia della fattoria Guiccioli -un cippo marmoreo circondato da cipressi a ricordare la sua prima sepoltura- si cantano e si ballano canzoni che parlano di lei, mentre un gruppo di giovani vestiti da garibaldini, agli ordini di un ufficiale, sparano con fucili a salve inneggiando al grido di “In onore di Ana di Ribeiro Garibaldi”.

Le celebrazioni di quest’anno in cui ricorre il 175° anniversario della sua morte, hanno accolto i saluti di Lorenzo Cottignoli, Presidente della Federazione delle Cooperative della Provincia di Ravenna proprietaria della Fattoria, di Eugenio Fusignani, Vicesindaco di Ravenna oltrechè Presidente della Fondazione Ravenna Risorgimento, e dei rappresentanti delle Associazioni Combattentistiche d’Arma. Sulle note della Banda Musicale cittadina, la cerimonia -come da consuetudine-  ha contemplato la deposizione di una corona d’alloro al momunento di Anita, la sistemazione di un mazzo di rose rosse sul letto che l’accolse morente e l’ammaina bandiera nell’ora del trapasso.

 

Una vita contesa tra mistero e leggenda

La storia di Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, ribattezzata affettuosamente Anita da Giuseppe Garibaldi e così ricordata da tutta la memorialistica risorgimentale, fu molto tormentata e brevissima: dopo un calvario di stenti, rinunce e delusioni, ma anche di ferrea determinazione e strenuo coraggio, la sua vita si concluse tragicamente il 4 agosto 1849, all’età di soli 28 anni, nelle valli di Comacchio a Mandriole, così denominata perché vi pascolavano le mandrie di vacche del monastero di S.Vitale.  

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Affetta da setticemia per la morte del figlio che portava in grembo (un feto di 6 mesi), venne trasportata febbricitante fino a Mandriole, presso la fattoria della villa del marchese Guiccioli dove ricevette le cure del medico Piero Nannini e l’ospitalità del fattore Ravaglia e della moglie fintanto che morì, ormai priva di conoscenza, tra le braccia del consorte.

Si concluse così la travagliata e difficile vita di Anita, ma le sue vicissitudini non cessarono: dal giorno della sua prima tumulazione iniziò l’odissea del suo riposo eterno.

Scomoda e inopportuna anche da defunta

Alla scomparsa di Anita, i Ravaglia convinsero Garibaldi a partire promettendo rispetto e cura per la salma: il corpo di Anita venne sepolto sbrigativamente dal fattore e alcuni compagni, in modo da occultarlo durante le perquisizioni delle guardie papaline. Qualche giorno più tardi Anita trovò sepoltura nel cimitero di Mandriole.

Nel 1859 dopo la seconda guerra d’indipendenza, accompagnato dai figli Menotti e Teresita, Garibaldi andò a prelevare le spoglie di Anita dal cimitero di Mandriole per farle seppellire a Nizza vicino alla tomba della madre Rosa nel cimitero del Castello. Nel 1931 Ezio Garibaldi, nipote di Anita ed esponente di spicco del Regime, in accordo con esponenti politici locali, ottenne dalla Municipalità di Nizza di poter riesumare la salma affinché venisse ricondotta in Italia: in un primo momento venne sistemata nel cimitero Staglieno di Genova, mentre nel giugno 1932, in occasione del 50°anniversario della morte di Garibaldi, l’intera famiglia rivendicò l’eredità garibaldina. L’idea sarebbe stata quella di trasportare la piccola bara a Caprera, affinché Anita potesse riposare accanto al consorte. Senonchè, quella proposta di sistemazione non venne accolta per due ordini di motivi: in primo luogo, per il fatto che Anita non era mai vissuta a Caprera, secondariamente, perchè il piccolo cimitero privato a fianco della Casa bianca era stato ideato e realizzato per accogliere le spoglie di Garibaldi unitamente a quelle della sua ultima moglie Francesca Armosino e dei loro figli. Allora si decise che la salma di Anita trovasse definitiva sepoltura a Roma sul Piazzale del colle Gianicolo, nella cella di un monumento a lei dedicato, a poca distanza dal monumento equestre di Garibaldi inaugurato nel 1895 in occasione del 25° anniversario dell’unificazione di Roma all’Italia. Costruita ad arte, su commissione di Mussolini, dal famoso scultore Mario Rutelli, bisnonno dell’ex sindaco di Roma Francesco Rutelli, l’opera celebrativa di Anita, inaugurata il 4 giugno 1932 nel contesto delle celebrazioni per il 50° anniversario della morte di Garibaldi, fu donata all’Italia dal governo brasiliano che da tempo premeva affinché la figura dell’illustre conterranea uscisse allo scoperto da quell’oblio nel quale -si riteneva- fosse tenuta in Italia.

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Una gaucha indomita e coraggiosa

Unica statua equestre femminile del nostro Paese, essa raffigura una giovane donna dal viso fiero e determinato che, con la pistola in pugno e il neonato Menotti avvolto in un fazzoletto legato ad una spalla, cavalca in sella ad un cavallo scalpitante -le  zampe anteriori alzate- come un’amazzone in fuga. Ciò che orientò la scelta del bozzetto risiede forse nel fatto che la partecipazione alla vita e alle lotte di Garibaldi da parte di Anita fu più intensa e di più lunga durata in Brasile e in Uruguay piuttosto che in Italia. Riproducendo infatti un’Anita guerriera e madre, il riferimento non va ad un episodio della Repubblica Romana che pure l’ha vista combattente e pietosa verso i feriti, ma della sua vita sudamericana, quando insieme a lei e al neonato Menotti, Garibaldi fu costretto a fuggire davanti alle truppe dell’Imperatore del Brasile lasciando sola la consorte che, per difendere la propria vita e quella del figlioletto, fu costretta, con una fuga rocambolesca, a nascondersi in una foresta dove rimase per ben quattro giorni, senza cibo e con il bambino al seno, finché Garibaldi e i suoi uomini non la trovarono moribonda.

Simbolo di libertà e di emancipazione

La rappresentazione di Anita che imbraccia le armi e cavalca a pelo come un uomo urtava la morale comune degli inizi del 20° secolo. Infastidì persino la famiglia Garibaldi. Ricciotti, l’ultimo nato dei figli di Anita, si oppose strenuamente alla realizzazione del monumento considerando che una donna analfabeta, già coniugata a Montevideo quando incontrò Garibaldi, abituata ad una vita che le rendeva difficile la convivenza persino con la famiglia dei Garibaldi di Nizza, non avrebbe potuto giovare alla mitica immagine del padre.

A differenza delle donne del suo tempo, Anita non incarnava il simbolo della delicatezza femminile o della moglie amorevole: esempio di libertà ed emancipazione, fedele agli ideali rivoluzionari del suo tempo, vestiva e si comportava come un uomo. Le sue qualità di donna gaúcha sono sempre state esaltate in Brasile, contrariamente al nostro Paese. Qui in Italia, scardinando il consolidato artefatto sociale declinato al maschile e infischiandosene del virtuosismo dell’epoca e delle malelingue, sfidò quelle pregiudizievoli pastoie e, a testa alta, scelse di vivere come voleva, pur senza mai smarrire lo zelo nell’educazione dei propri figli. Ed è proprio nell’immagine che Anita diede di sé che sta la sua forza: una donna coraggiosa e capace di saper conciliare l’essere madre con l’essere combattente; una donna che, pur di affiancare il consorte nella causa repubblicana, non esitò a sacrificare la femminilità e l’intera esistenza. Entrata nel novero delle donne guerriere, il suo ruolo di indiscussa eroina del suo tempo non fu certo da rinvenire nei titoli nobiliari che non possedeva e men che meno nell’espressione artistica o nello strumento della scrittura letteraria e giornalistica, (tipica dei circoli e dei salotti del suo tempo spesso organizzati e gestiti da donne) del tutto estraneo alla sua condizione di analfabeta. Una dimensione, questa, che emergeva dal suo profilo con tanta prepotenza da indurre Ricciotti a proporre di non portare a compimento l’iniziativa di erigere a Roma un monumento in memoria della madre, ma di riunire in un’unica opera scultorea alcune delle eroine del Risorgimento collocando la madre insieme, per esempio, a Cristina Trivulzio di Belgioioso o ad Adelaide Bono Cairoli, a Luisa Battistoni o a Laura Solera Mantegazza piuttosto che ad Eleonora Fonseca Pimentel. Solo dopo anni di tentativi infruttuosi, il parere di Ricciotti venne definitivamente respinto. Furono questi i motivi che fecero slittare al 4 giugno 1932 l’inaugurazione del monumento ad Anita, proposto in bozzetto da Emilio Gallori già nel 1906 in previsione delle celebrazioni, nel 1907, del 1º centenario della nascita di Giuseppe Garibaldi (Nizza, 4 luglio 1807).

Oggi Anita si trova ancora lì, al Gianicolo. Nascosta per troppo tempo all’ignorato eroismo delle masse, finalmente riposa dove era giusto che fosse: in un loculo appositamente predisposto ai piedi del basamento in travertino del monumento a lei dedicato, situato a poco più di un centinaio di metri dal grande monumento equestre del suo Josè, come lei amava chiamare Garibaldi. E a lui, quella donna straniera che contribuì in maniera rilevante all’andamento della storia italiana e che morì per la sua dedizione alla causa nazionale, rimarrà sempre unita, nella memoria storica dell’edificazione del Risorgimento e della salvezza della Nazione.


 

 

 

 

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Angela Gadducci
Author: Angela Gadducci

Angela Gadducci è una professoressa con incarico articoli per la sezione etica e società ma anche storia e cultura. Già Dirigente scolastica e Coordinatrice di Attività di Ricerca didattica presso le Università di Pisa e Firenze, è autrice di articoli e libri di politica scolastica. Significative le sue collaborazioni con le riviste Scuola italiana Moderna, Scuola 7, Continuità e Scuola, Rassegna dell’Istruzione, Opinioni Nuove, Il Mondo SMCE.

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