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Da poco si sono spenti i riflettori sull’edizione rievocativa 2021 della Mille Miglia, al contrario restano ben puntati su uno dei migliori piloti di sempre: Alex Caffi. La sua storia è nota, originario della provincia della Leonessa d’Italia non ha potuto far altro che far ruggire la sua passione per i motori, ereditata dal papà Angelo. Una passione che col tempo è diventata il collante di una meravigliosa famiglia che ora trova il nome in “Squadra corse Angelo Caffi” proprio in onore e ricordo del babbo. Sentire pronunciare il cognome Caffi fa pensare al mito. Angelo infatti è stato il primo bresciano a disputare il rally di Montecarlo. Oltre a lui, rivenditore gomme nella vita, correvano gare automobilistiche a diversi livelli anche i suoi tre fratelli. L’ambiente professionale in famiglia era florido per questo settore in quanto possessori anche di una concessionaria. Quando si è figli d’arte difficilmente non si segue l’istinto dei propri avi. Così Alex a soli 7 anni è salito in sella a una moto da minicross e ha iniziato a passare di gara in gara, accendendo un altro riflettore sul nome di famiglia, soprattutto in Piemonte, dove erano organizzate competizioni per ragazzini fino ai 14 anni, per poi passare alla categoria cadetti. Questa passione è proseguita sino ai suoi 16 anni, quando l’amore per le quattro ruote ha preso il sopravvento con i kart. Un vero punto di partenza rispetto al desiderio che ha sempre provato sin da piccolissimo quando stava sveglio di notte per guardare alla tv il Gran Premio, e in quei miti al volante si immedesimava. “Le quattro ruote sono nel dna della nostra famiglia – ha osservato Alex che dopo una sola settimana dall’acquisto del kart ha tagliato il traguardo conquistando la prima vittoria nell’allora kartodromo Rezzato – è partita così questa bellissima avventura che sta proseguendo ancor oggi”. Mai una volta ha pensato di chiudere definitivamente il rapporto con i motori, nemmeno nei momenti di difficoltà. “Come nella vita, anche l’esperienza e la carriera nei motori, non è sempre stato tutto rose e fiori come la vediamo nei film. Ci sono stati momenti di difficoltà e ce ne saranno ancora ma la mia passione per questo sport è diventata la mia ragione di vita: ho dedicato a questa disciplina e mi ha restituito anche in termini di qualità di vita – ha commentato – Poteva andar meglio? Poteva andar peggio? Sono per vedere il bicchiere mezzo pieno. Sono contento di com’è andata”. Un momento davvero difficile è arrivato a metà anni Novanta (94-95), quando ha vissuto una sorta di repulsione, provando in prima persona il sentore che la carriera sportiva gli stava sfuggendo di mano. Era arrivato il punto di crash in cui l’essere un portento si scontrava con la realtà di essere anche un personaggio pubblico. Le scelte non erano molte e sposare il “compromesso” non era di interesse per Alex. Non è stato uno sportivo che ha curato più i rapporti fuori dall’abitacolo, più del perfezionarsi continuamente al volante, al contrario. Lui quel volante amava stringerlo tra le mani più di ogni altra cosa. “Le cause di questa repulsione non possono essere imputate a una sola persona o a un solo fattore, ma a una serie di circostanze. Praticare questo sport significava essere al posto giusto al momento giusto, qui oltre ad avere talento era necessario avere anche un mezzo altamente competitivo proprio perché l’espressione del tuo potenziale arrivava e arriva anche attraverso quello. Ho sfiorato l’occasione ma non ho potuto coglierla effettivamente anche per una politicizzazione di questo sport che sempre più si discostava dal praticare questa disciplina in modo crudo e vero. Ho lasciato tutto per un intero anno. Mi sono preso una sorta di anno sabbatico in cui non volevo più saperne di qualsiasi tipo di categoria – ha spiegato il campione – C’è chi riesce a barcamenarsi in queste condizioni, per me invece, per come ero e come sono, per quanto ho amato e amo questo sport, era impossibile”. Dai cavalli del motore ai cavalli veri e propri. Si è innamorato dall’ippica sia per escursioni fuori porta che per alcuni concorsi, tanto da spingerlo a considerare tra le possibilità anche una carriera da fantino, che non ha poi intrapreso. Il contatto col mondo equestre ha però spinto Alex a saltare l’ostacolo, tornare a terra e riprendere da dove era rimasto. La consapevolezza di quello che era stato e sapere che i semafori rossi prima o poi sarebbero diventati ancora verdi e lui c’era, ed era pronto. Questa volta era al posto giusto al momento giusto perché in pole position c’era la sua nuova vita. “Ho avuto la possibilità di riprendere una seconda carriera. La prima era fino al 1994, la seconda è ripartita dal 1995 in poi. La prima avrebbe potuto portarmi chissà dove, con i contatti che ho avuto soprattutto con “William” che non si sono poi concretizzati e la seconda che posso definire: il ripartire da zero, ricostruirmi con sport prototipi, con il turismo, con il GT, con tanti bei successi nelle gare classiche di durata che campionati italiani, europei, sino ad arrivare all’ultima vera stagione da professionista nel 2013 dove ho corso con i camion in Brasile, come pilota semiufficiale della Iveco. Una stagione meravigliosa, molto seguita come Formula-Truck, tanto che in aereo, nei trasferimenti Italia-Brasile, venivo conosciuto non tanto come ex pilota di Formula 1 che aveva corso con Senna ma come l’italiano che correva appunto la Formula Truck: ero l’unico del nostro Belpaese a essere pilota in Brasile”. Dal 1995 in poi ha voluto sperimentare, lasciare le porte aperte a nuove sfide a tuttotondo. “Non amo solo la Formula 1 amo i motori in generale. Sposo il tutto a 360° e ho acquisito una enorme conoscenza. Sono passato dal Rally, sia dal locale che a livelli più alti, dal Mille Miglia al Montecarlo, poi cronoscalata tra queste la Malegno-Ossimo-Borno nel trofeo di Valle Camonica, vinta come valida nel Campionato Europeo e poi nel 2011 il record”. Ora non corre più, anche se non è del tutto vero, la sua vita è sempre stata tutta di corsa. E tra un week end libero anziché un altro ha preso parte a competizioni per puro divertimento. Durante la settimana si occupa invece delle squadre corse a cui ha dato vita, in particolare quella che porta nel cuore intitolata al suo babbo, presieduta sino alla sua scomparsa dalla mamma Silvia. Di questa fanno parte anche la sorella Barbara, folle appassionata di motori, e i rispettivi figli: Michele (primogenito di Alex) e Benedetta (primogenita di appunto Barbara) che corrono come piloti, e a cui prima o poi sperano di passare il testimone, compresi i figli più giovani il secondogenito di Alex (Valentino) e la secondogenita di Barbara (Vittoria). La passione parte da piccoli e si sente un “ragazzo fortunato”, perchè? Perché ha realizzato il proprio sogno. “Fare della propria passione il proprio lavoro, alla fine non sarà mai un lavoro – e sorridendo aggiunge – è come se non avessi mai lavorato un solo giorno della mia vita perché ho sempre fatto la cosa che più mi piaceva fare”. La tradizione motoristica-agonistica bresciana, non lo lascia indifferente. “Siamo la terra della Miglia Miglia, terra di grandi piloti. Il tutto dettato dalla passione. Siamo bravi a fare squadra, abbiamo un ottimo tessuto di supporto, alimentata dall’orgoglio della brescianità che ci ha sempre contraddistinto nella storia – ha osservato – Non siamo mica figli della Leonessa per nulla”. Rispetto ai riflettori appena spenti sulla rievocazione storica Mille Miglia “Guardo alla Mille Miglia dei piloti che erano leggende, che hanno vissuto la vera competizione, in modo nudo e crudo. Se la guardo con questi occhi provo fascino, ammirazione. Se avessi potuto scegliere quando diventare pilota avrei scelto di far crescere la mia carriera tra il 1960 e il 1975, quindici anni in cui c’è stata la maggior concentrazione di talenti come piloti e come mezzi. Amo tantissimo quella Formula 1, quell’automobilismo. Quelle esperienze alla guida dove si rischiava, dove si poteva anche morire, e salendo in auto se ne era consapevoli. La differenza era proprio in questo: vivere o morire, una linea sottile che demarca questo limite. In Inghilterra sui biglietti di ingresso alle gare compare la scritta il Motorsport è pericoloso. Lo spirito è questo. Basti pensare a quei piloti che prima di salire a bordo salutavano tutti senza sapere se li avrebbero riabbracciati. Erano degli eroi, li amo e li ho amati. La loro tenacia, il loro coraggio, la loro audacia, mi ha spinto a fare questo sport da giovane, in cui rischiavo me stesso, la sfida era verso me stesso”. Oggi l’ambiente è molto diverso. Cosa dire alle nuove generazioni che provano lo stesso sentimento di Caffi verso questo mondo? “Non esiste una regola, ognuno intraprende un proprio percorso. Sulla base della mia esperienza direi per raggiungere un obiettivo bisogna amare quello che si fa, bisogna crederci e farlo fino in fondo. Decisione, passione, convinzione, perseveranza sono il mix per poter raggiungere il traguardo”.

 

 

Mariannissima Brixia
Author: Mariannissima Brixia

Marianna Baldo è una giornalista con incarico a 360 gradi

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