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di Goldfinger

Seguendo le notizie del nostro turbolento periodo, è possibile notare che in fondo in fondo, alla base  di ogni contesa, di ogni disaccordo, di ogni minaccia, esiste uno spettro ben preciso: l’energia. Il mondo occidentale è un mondo da sempre basato sull’energia. Nonostante l’energia sia sempre servita al nostro sistema mondo basato sulle produzione industriale, per poter sostenere l’economia occidentale e per poter sostenere un certo potere geopolitico, l’energia non è mai stata un grosso problema, tuttavia oggi si dimostrerebbe una delle maggiori problematiche al mondo.

I motivi del fabbisogno energetico e delle contese.

Sino a pochi decenni fa, l’occidente era dominato da due potenze mondiali egemoni, potenze mondiali che si spartivano il mondo dividendolo in due blocchi ben precisi. Da una parte c’erano gli Stati Uniti d’America con il blocco occidentale fatto da interscambi economici e da alleanze strategiche. L’Italia si trovava ad essere lo stato è più importante al mondo per il blocco occidentale essendo “la terra di mezzo” affacciata su tutti i focolai mondiali. L’Italia è anche posizionata in una zona strategica per controllare l’ex impero dell’altro blocco, quello sovietico.

Foto di Wolfgang Stemme da Pixabay

Praticamente il braccio di ferro economico e geopolitico veniva costruito su due sfidanti egemoni: Russia e Usa. Con il crollo del muro di Berlino, ecco apparire all’orizzonte, nuovi equilibri. Altri stati all’epoca piuttosto “arretrati economicamente” e di importanza strategica relativa, vuoi per i visibili errori del mondo occidentale, vuoi per ridisegnare un panorama geopolitico diverso, spinto verso un nuovo ordine mondiale, verso un unico governo mondiale autoritario e verso una moneta unica mondiale, ecco apparire la Cina.

Lo stato del dragone si è sviluppato in maniera esponenziale tuttavia è di sviluppo molto recente. Il PIL di questo paese è il migliore e il più performante al mondo e questo è  dovuto al fatto che gli USA abbiano delegato i Cinesi, a divenire il laboratorio produttivo dell’occidente. Iniziando il benessere economico è normale che uno stato inizi a pensare seriamente anche alla difesa. Come potrete notare dalla storia degli stati, qualora uno stato arricchisca, inizia a destinare buona parte del proprio PIL al mondo della tecnologia e di conseguenza alla produzione di armamenti.

La Cina oggi è in possesso di una tecnologia di prim’ordine e di armamenti che sembra siano all’avanguardia. Proprio per questo la Cina ha pensato di ritagliarsi un posto importante fra i due colossi, USA e Russia. Quest’ultima, la Russia, uno stato che il blocco occidentale ha cercato di annientare con lo scopo di depredare, essendo ricchissima di materie prime. In effetti le ingerenze occidentali dell’epoca di Eltsin erano lì da vedere, per coloro che amano ricordare il passato. La Russia del dopo crollo del muro era infestata da uomini dei servizi segreti americani e non solo, anche da mega imprenditori del blocco occidentale.

Qualcosa tuttavia è andato di traverso ai piani di qualcuno, dato che è arrivato lo scomodo Putin che inaspettatamente ha saputo riportare la Russia fuori dal sistema comunista ma soprattutto ha saputo riprendersi dalla disfatta, anzi, il politico è stato capace a rendere la Russia una potenza all’avanguardia pur subendo la perdita di alcuni territori ex soviet. Oggi quindi ci troviamo in una situazione nella quale abbiamo tre attori, tre giganti della produttività intenzionati a spingere al massimo l’acceleratore sulla produttività per il mantenimento del benessere del proprio paese ma soprattutto per possedere una parte del potere mondiale.

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L’Europa? L’Europa è a mio parere è un mostro impresentabile in quanto non è uno stato e neppure ha una moneta basata su qualcosa di concreto. Si rammenti che l’UE e l’EURO fu una creazione americana con lo scopo di poter svalutare il dollaro al bisogno. L’UE quindi altro non sarebbe che una unione di “carta con una moneta impresentabile”. Dopotutto al varo dell’Euro economisti di prim’ordine, ci avevano avvertito che non sarebbe potuto funzionare in quelle condizioni. L’UE quindi non la considererei neppure uno stato (che in realtà non è) ma una sorta di protettorato americano. Detto questo mi concentrerei dai due blocchi di un tempo ai tre potenti blocchi di oggi: Usa, Russia e Cina e tutti e tre hanno la necessità di possedere molta, molta energia.

Il futuro

Il futuro a questo punto penso che potrebbe essere ancora più impegnativo dato che altri stati starebbero “sgomitando” per potersi ritagliare una posizione economicamente egemone: l’India e il Brasile. Dopotutto l’obbiettivo per il governo unico mondiale deve passare ad una divisione del mondo da tanti stati a pochi macro stati. Penso che l’obbiettivo si stia compiendo molto rapidamente.

Qualora questi due ultimi e potenti stati entrassero “in ballo” a pieno ritmo, l’energia esistente al mondo non sarà più da dividere per tre ma per cinque. A questo punto se non si rimedierà arrivando al possesso di fonti energetiche di altro tipo, le problematiche che oggi ci preoccupano, potrebbero essere moltiplicate alla massima potenza. Comunque sia staremo a vedere cosa ci riserverà il futuro in campo economico e produttivo. Arriveremo al punto che qualcuno unirà i cinque stati per risolvere le problematiche economiche gravissime che ci attendono e così facendo il governo unico mondiale e la banca mondiale per una moneta unica sarà compiuto con tutto quello a cui porterà e non mi riferisco a qualcosa di positivo.

Nelle prossime righe da un articolo di Teresa Monaco potremo comprendere meglio il problema odierno degli approvvigionamenti energetici.

Geopolitica dell’energia

Come il ricatto delle risorse sta ridisegnando l’ordine occidentale

di Teresa Monaco

L’energia non è più soltanto una questione industriale o ambientale: è diventata il centro della competizione strategica globale. La tesi che emerge nel dibattito recente è netta: chi non controlla fonti, rotte e infrastrutture energetiche perde autonomia politica. In questo scenario, il declino della capacità occidentale di determinare le regole internazionali viene letto come il risultato, di una dipendenza strutturale trasformata in leva di pressione. Il nuovo equilibrio non passa dalla diplomazia tradizionale, ma dal controllo materiale della potenza energetica.

Energia come leva di pressione

Dalla vulnerabilità economica al ricatto geopolitico

L’idea di “ordine occidentale” appare in crisi perché si è progressivamente staccata dalla base concreta del potere: il controllo delle risorse strategiche. Il punto non riguarda solo il prezzo di petrolio e gas, ma la possibilità di condizionare scelte politiche, alleanze e margini di manovra dei governi. Quando l’approvvigionamento dipende da attori esterni, la sovranità diventa negoziabile e la politica estera si riduce spesso a gestione dell’emergenza.

La lettura proposta insiste su un parallelo forte tra logiche di ricatto personale e ricatto sistemico: i segreti compromettenti che nel passato hanno condizionato élite e reti di potere trovano oggi un equivalente funzionale nelle dipendenze energetiche. In altre parole, la vulnerabilità non è un incidente ma un meccanismo strutturale che può essere attivato nei momenti decisivi. Se un Paese non dispone di autonomia energetica, non decide pienamente né tempi né contenuti della propria strategia internazionale.

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Questa impostazione sposta il baricentro del dibattito pubblico: la sicurezza energetica non è più un capitolo tecnico, ma una questione di tenuta democratica e di libertà strategica. Sul piano regolatorio, l’equilibrio del mercato passa anche dalle decisioni di ARERA. Le crisi recenti hanno mostrato che mercati, famiglie e industria reagiscono immediatamente a shock di fornitura, e proprio questa sensibilità economica amplifica la pressione politica

Fine dell’illusione di pace

la competizione reale è su petrolio, gas e reti

La fase in cui la globalizzazione sembrava ridurre i conflitti diretti lascia spazio a una competizione più dura, centrata su risorse, corridoi logistici e infrastrutture critiche. La “guerra” non è soltanto militare in senso classico; è anche economica, tecnologica e normativa. Oleodotti, terminali, contratti di lungo periodo, snodi elettrici e capacità di stoccaggio diventano elementi di un confronto continuo, dove chi controlla i nodi energetici orienta anche le scelte degli altri.

In questa cornice, la retorica della stabilità occidentale viene messa in discussione da una realtà più frammentata. Il nesso tra egemonia e disponibilità di energia a costi sostenibili è evidente: quando questo equilibrio si rompe, crescono instabilità sociale, perdita di competitività industriale e tensioni tra priorità interne e impegni internazionali. Nella componente gas, l’indicatore più osservato per leggere la direzione dei prezzi è il PSV, mentre per la luce il benchmark di riferimento resta il PUN.

Il tema centrale è la leva. Non basta avere alleanze o una superiorità finanziaria se le filiere energetiche restano esposte a interruzioni o condizionamenti esterni. In una fase segnata da crisi ricorrenti, la resilienza passa da:

  • diversificazione delle fonti
  • investimenti in infrastrutture

Il governo dei rischi geopolitici

Per valutare l’impatto reale sui consumi finali, resta decisivo monitorare il costo kWh, dato chiave nella trasmissione dei rincari lungo la catena economica.

Perché l’Occidente arretra: dipendenza, ritardi strategici e perdita di autonomia il nodo più critico è la cessione progressiva di indipendenza energetica a competitor esterni. Questo processo, stratificato nel tempo, ha indebolito la capacità occidentale di prevenire crisi e imporre condizioni nei momenti negoziali cruciali. Quando la sicurezza degli approvvigionamenti dipende da interlocutori con interessi divergenti, ogni decisione strategica diventa più costosa e più lenta, con effetti immediati su crescita, consenso e stabilità istituzionale.

La diagnosi non è solo economica: è anche culturale e politica. L’idea che i mercati avrebbero garantito automaticamente equilibrio e cooperazione viene descritta come un’illusione ormai superata. Al suo posto emerge una logica di potenza in cui contano proprietà delle risorse, controllo delle infrastrutture e capacità di difesa dei sistemi critici. In questa prospettiva, la debolezza occidentale non nasce da un singolo evento, ma da una somma di ritardi strategici e dipendenze non corrette in tempo.

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Conclusione

L’esito è un ordine internazionale più instabile e più selettivo, dove la diplomazia resta importante ma non sufficiente. Gli effetti delle tensioni globali arrivano rapidamente sulla bolletta luce e gas di famiglie e imprese, e in una fase di volatilità confrontare le offerte luce e gas diventa una leva concreta per ridurre l’esposizione ai rincari. Per l’Occidente, la sfida è trasformare la sicurezza energetica in priorità strutturale, perché senza questa base ogni promessa di autonomia politica rischia di restare solo dichiarativa.

Fonte:  https://www.papernest.it/news/geopolitica-energia-ricatto-risorse-ordine-occidentale-crisi/?k=m&sub=it.ppn.cat

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