Per ben 28 anni il Muro di Berlino ha rappresentato il simbolo concreto di un’immaginaria linea di confine che, segnando l’invalicabile margine tra il blocco statunitense e quello sovietico, separava territorialmente e ideologicamente i Paesi dell’Europa occidentale da quelli dell’Europa orientale. In particolare, i tedeschi della Repubblica Federale Tedesca o Germania Ovest o FDR (Bundesrepublik Deutschland), appartenenti alla zona d’influenza statunitense, da quelli della Repubblica Democratica Tedesca o Germania Est o DDR (Deutsche Demokratische Republik), nelle mani dei sovietici e comunisti.

Già all’indomani della seconda guerra mondiale, in un famoso discorso tenuto il 5 marzo del 1946 al Westminster College di Fulton in Missouri (USA), Churcill parlava di “una cortina di ferro [che era] scesa sull’Europa” a significare il clima di gelida ostilità che stava separando il blocco statunitense -l’America e i suoi alleati- dal blocco sovietico sostenutoto dall’URSS e i satelliti dell’Europa orientale. Parole profetiche, con le quali Churcill sanciva i presupposti di separatezza e incompatibilità tra il mondo occidentale, simbolo di libertà e prosperità economica, e il mondo comunista di stampo sovietico dal carattere fortemente repressivo. Infatti, mentre lo stato tedesco sorto nella zona d’influenza statunitense, completò il suo percorso di integrazione nel sistema economico-politico occidentale con l’adesione al Patto Atlantico (1955) e la sottoscrizione dei Trattati istitutivi della CECA (1949) e della CEE (1957), lo stato comprendente tutte le regioni tedesche occupate dall’Armata rossa assunse fin da subito la fisionomia di un regime dai tratti burocratico-autoritari.
La ragioni del muro
La spettacolare crescita economica della Repubblica Federale Tedesca si pose in netto contrasto con la stagnazione industriale e il peggioramento delle condizioni di vita dei cittadini dei Paesi del blocco comunista, destando non solo imbarazzo ma anche una forte preoccupazione nella Germania Est. Il divario tra il livello di vita dei cittadini di Berlino Est e quello offerto ai berlinesi della zona ovest dal modello capitalista indusse numerosi tedeschi dell’Est, liberi di muoversi nella parte occidentale della città, a trasferirsi nella Germania ovest: ai 2,5 milioni di persone che lasciarono la DDR -quasi 1/6 della popolazione del settore sovietico- si unirono migliaia di richiedenti l’espatrio che ogni giorno si mettevano in coda davanti ai centri per rifugiati di Berlino Ovest chiedendo asilo in Occidente. Le motivazioni di questo esodo spaziavano dalla paura di un imminente scontro su Berlino alle difficoltà economiche da cui era stata investita la Germania est. E Chruščёv, con i suoi discorsi sull’incedere della crisi, contribuì non poco a peggiorare la situazione del regime, tant’è che il numero dei rifugiati, a fronte di prospettive allarmistiche, non fece che aumentare. La popolazione della Germania Est si era ormai ampiamente ridotta e il regime scalpitava affinché il leader sovietico si decidesse ad attuare le proprie minacce. Ma Chruščëv preferì desistere dalla proposta di Ulbricht, leader della DDR, di chiudere i corridoi verso la Germania Ovest, perchè temeva possibili ripercussioni negative nei rapporti con l’Occidente.
Ironia della sorte, a ispirare la mossa decisiva del governo della DDR fu probabilmente l’americano Fulbright, Presidente della Commissione Esteri del Senato che, nel luglio 1961 nel corso di un’intervista televisiva, dichiarò di non capire perché i tedeschi dell’Est non ovviassero alla crescente perdita di popolazione chiudendo semplicemente il loro confine. Due settimane dopo, nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961, la Volkpolizei bloccò il traffico tra i settori orientale e occidentale di Berlino e iniziò a stendere una barriera di filo spinato lungo il confine. Poi nelle settimane successive, cemento e pietra andarono a fortificare la costruzione convertendola in una fila di piloni di calcestruzzo sormontati da filo spinato in modo da renderla invalicabile: lunga ben 155 chilometri e alta 3,60 metri, la barriera venne sormontata da torrette di guardia con un altissimo livello di sorveglianza, campi minati, cani poliziotto e l’ordine di far fuoco su chiunque tentasse di superarlo. Il Muro di Berlino era edificato. E da allora rappresentò il simbolo concreto della divisione politica dell’Europa e l’emblema della Guerra Fredda tra le due superpotenze che, pur riconoscendosi come irrimediabilmente inconciliabili, non ruppero mai le relazioni diplomatiche.

Il significato del muro
Il Muro non rappresentava semplicemente una parete divisoria tra le due sfere di influenza né un apparato difensivo tradizionale, ma una struttura possente e irta di ostacoli che dovevano renderne impossibile l’attraversamento senza un’autorizzazione. Il suo obiettivo, infatti, non era contrastare l’ingresso al nemico, bensì impedire fisicamente la fuga ai cittadini della Germania Est verso l’occidentale mondo capitalista. Per quasi trent’anni, infatti, dal 1961 al 1989, il Muro divise inesorabilmente quartieri, isolati, linee del tram e della metropolitana, edifici, e bloccò ogni accesso tra Berlino Est e Berlino Ovest separando intere famiglie. Nelle zone lungo il confine vennero abbattute case, chiusi ponti; i passaggi stradali e ferroviari furono ridotti; un completo disboscamento contribuì a non creare nascondigli e ai contadini venne concesso di poter lavorare nei campi limitrofi, ma unicamente nelle ore diurne e solo se scortati da soldati autorizzati a far fuoco se qualcuno avesse tentato di fuggire.
Gli americani rimasero talmente attoniti di fronte a tali misure repressive da non saper trovare una reazione adeguata al gesto; si ripromisero, comunque, di offrire la loro solidarietà ai berlinesi dell’Ovest, sottolineando che non li avrebbero abbandonati, soprattutto nel caso in cui la DDR intendesse sottoporli alla propria sovranità. La costruzione del Muro non fu, malgrado ciò, un atto minaccioso nei confronti del settore occidentale, tant’è vero che nessuna iniziativa venne presa concretamente per abbattere quell’imponente sbarramento. Che, comunque, non poteva dirsi compiutamente realizzato. Perchè negli anni a venire, sotto la sovrintendenza dei commandi sovietici in Germania, fu oggetto di rimaneggiamenti e aggiunte. Nel giugno 1962, provvedendo all’edificazione di un secondo tramezzo, si giunse alla realizzazione di due muri paralleli provvisti di torrette di guardia e riflettori, e separati da una terra di nessuno, la cosiddetta “striscia della morte”: una fascia di terra tra le due pareti larga diverse centinaia di metri al cui interno furono installate recinzioni, fossati anticarro, torri di guardia con cecchini armati, bunker e una strada illuminata adibita al pattugliamento. Nel 1965, a seguito dell’abbattimento del primo muro, si procedette alla costruzione del muro di terza generazione, composto da lastre di cemento armato collegate da montanti di acciaio e coperti da un tubo di cemento. Il muro di quarta generazione, costituito da cemento armato rinforzato, fu edificato nel 1975. Ma nonostante ogni precauzione, si contarono comunque 5000 tentativi di fuga che ebbero successo, mentre ne fallirono circa 300.
La risoluzione della crisi
Per gli occidentali non fu subito chiaro che il Muro rappresentasse il punto di svolta delle tensioni, mentre per i sovietici era limpido che la sua edificazione avrebbe posto termine alla fase della cosiddetta ‘coesistenza competitiva’. Perchè i due schieramenti contrapposti non intendevano annientarsi a vicenda, ma esportare in tutto il mondo il modello che rappresentavano. A decretare la pacifica risoluzione della questione fu, infatti, l’ampiezza e il radicamento del sistema che era riuscito a prevalere -quello statunitense- e non una guerra: il dissolvimento dell’Impero sovietico fece sèguito ad un’endemica crisi economica e politica che iniziò a dilagare nel blocco comunista sin dalla fine degli anni ’70. Il sistema economico sovietico non riuscì a sopravvivere perchè risultò incapace di reggere il confronto con quello capitalistico soprattutto nei nascenti settori dell’elettronica e dell’automazione, per cui fu costretto ad importare tecnologie e beni di consumo finendo gradualmente per svuotare dall’interno i presupposti della propria autosufficienza.
Gorbachev: l’umanizzazione
Nel 1985 il riformista Michail Gorbačëv, nominato segretario generale del PCUS, tentò di risollevare le disastrose sorti del mondo sovietico. Con la sua Perestrojka (riforma) innestò nell’economia sovietica alcuni elementi tipici dell’economia di mercato, quali la liberalizzazione, seppur parziale, e l’apertura ad investitori stranieri. Sul piano militare, invece, procedette al graduale ritiro dall’Afghanistan e, consapevole di non poter competere con gli Stati Uniti di Reagan circa la corsa agli armamenti, avviò colloqui con gli americani per ridurre, da entrambe le parti, i propri arsenali militari. Anche le modalità di amministrazione della sfera di influenza orientale mutarono con Gorbačëv: nel luglio 1989 il leader sovietico dichiarò ufficialmente la non ingerenza russa nei processi di riforma dei Paesi dell’Est, con la conseguenza che nessun regime comunista si sarebbe perpetuato subordinandosi a Mosca.
Il cambiamento introdotto a livello centrale da Gorbačëv determinò importanti ripercussioni nei Paesi satelliti dell’Europa orientale. Il 4 giugno 1989 fu la Polonia a rovesciare per prima il dominio sovietico, mentre il 27 giugno l’Ungheria riuscì a infrangere gli argini della cortina di ferro sul confine austriaco. Seguì il cosiddetto ‘autunno delle nazioni’ che si svolse, perlopiù in maniera pacifica, nella Germania Est, Cecoslovacchia, Bulgaria, Paesi baltici (Estonia, Lettonia, Lituania), mentre la Romania fu l’unica nazione del blocco orientale che abbattè il regime in maniera violenta.

Il crollo del comunismo sovietico
Per la Germania la svolta epocale si concretizzò il 9 novembre 1989. Durante una conferenza stampa in diretta televisiva, il Ministro per la propaganda della DDR Schabowski annunciò che il Politburo (Organo dirigente del Partito Comunista dell’Unione Sovietica) aveva approvato una riforma riguardante i viaggi privati all’estero che consentiva ai cittadini della Germania Est di poter viaggiare verso Ovest per “rapporti di parentela” oltrepassando il Muro senza bisogno di autorizzazione. La norma avrebbe dovuto entrare in vigore il giorno successivo, 10 novembre, per dar modo alle guardie di frontiera di regolamentare il passaggio Est-Ovest. Senonchè, la sera stessa del 9 novembre, a causa di malintesi negli accordi interni, durante la diretta televisiva trapelò la straordinaria notizia che le nuove regole sarebbero entrate in vigore “da subito, senza indugio”. Fu così che il Muro venne preso d’assalto.
Mossi dall’entusiasmo, migliaia di berlinesi cercarono di oltrepassare i checkpoints allestiti lungo il tratto e iniziarono ad abbattere, senza incontrare ostacoli, la frontiera di cemento armato che li aveva separati per quasi trent’anni, mentre le Grenztruppen (sentinelle), colte impreparate e non disponendo di mezzi adeguati per sedare sommosse di quelle proporzioni, non poterono fare altro che aprire i varchi consentendo a tutti di passare dall’altra parte di Berlino.
L’abbattimento della cortina di ferro non poteva non essere festeggiato. Fu una notte di follie e di entusiasmo quella tra il 9 e il 10 novembre: tra canti, balli e lacrime di gioia, intere famiglie, tenute forzatamente separate da quel baluardo per quasi trent’anni, riuscirono a riabbracciarsi, mentre i più giovani che avevano solo sentito parlare dei concittadini ‘dell’altro mondo’, poterono finalmente scoprire cosa si nascondesse dietro quel muro di cemento. In soli tre giorni due milioni di persone varcarono il confine sancendo la fine di un’epoca.
La storia ci narra che, dopo le prime e uniche elezioni libere che si svolsero nel marzo 1990 nella DDR, questi cambiamenti culminarono nel dicembre 1991 con il collasso della sfera di influenza orientale: a seguito delle spinte autonomiste delle proprie repubbliche, l’intero sistema delle democrazie popolari della Germania Est si disintegrò e con esso il confronto bipolare. Dalle sue ceneri nacque la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) che racchiudeva nove delle quindici repubbliche ex-sovietiche. Fu così che il ‘Muro della vergogna’ come nel 1961 venne ribattezzato, si tramutò nell’emblema della democratizzazione del socialismo tedesco-orientale da parte di tutte le popolazioni oppresse.
La nuova storia
Oggi del Muro restano solo pochi metri. Il suo ex tracciato è segnato sul terreno da una doppia fila di blocchetti in granito e lapidi di ghisa, conservati ed esposti come reliquie di un passato doloroso. Ma la sua caduta continua ad essere celebrata in tutto il mondo. Innanzitutto dai cittadini della Germania, dove anche quest’anno il popolo, all’insegna dello slogan “ Preserviamo la libertà!”, è sceso in piazza per riaffermare il suo assoluto impegno nel proteggere e custodire i valori di libertà e democrazia, a sostegno di un’Europa unita e libera.
Nel 1989 la caduta del Muro evocava il sogno dell’unione tra popoli liberi e sovrani, e tuttora continua a rappresentare un inno alla valorizzazione delle diversità in seno ad un progetto comune. Purtroppo, lo scontro tra la Russia e la Nato continua ad essere acceso ancora oggi: sono cambiati i contesti socio-politici e i protagonisti, ma le spaccature restano ancora profonde. E le guerre continuano ad infuriare.
Il cancelliere Scholz, la cui coalizione di governo è di fatto crollata, ha affermato in un messaggio alla nazione che gli ideali liberali del 1989 non sono qualcosa di acquisito per sempre, e la nostra storia recente ce lo insegna. Il conflitto russo-ucraino, cui il cancelliere ha fatto riferimento, è da molti temuto come un attacco alla democrazia.

Nel corso della storia sono stati numerosi i tentativi volti ad approdare ad un’Europa unita, e la Comunità Europea ha compiuto grandi passi. Fino alla moneta unica. Ma l’obiettivo di fondare una vera e propria Unione Europea sembra non essere stato raggiunto. L’attuale crisi economico-politica rischia di infrangere l’unità dei 27 Paesi, e il pericolo a cui stiamo andando incontro è proprio quello di una disgregazione del Vecchio Continente determinata da politiche sbagliate, ma anche da sfrenati nazionalismi e dal riemergere del razzismo.
Ma che fine ha fatto l’idea di un unico Stato europeo che è stata più volte oggetto di riflessione già secoli prima della sua effettiva realizzazione?
E la storica dichiarazione del 1950, quando l’allora ministro degli Esteri francese Schuman illustrò la proposta di una cooperazione politica che avrebbe reso impensabile una guerra tra le nazioni europee?
Eppure l’Unione Europea dovrebbe aver imparato dalle tragedie del passato che una vera unione si fonda sui valori dell’accoglienza, della pace e della convivenza. Non prevede l’edificazione di muri, bensì la costruzione di un’identità e una coscienza comune tali da realizzare i ponti dell’integrazione culturale e sociale, della non-discriminazione, della comprensione reciproca, del pluralismo, del sentimento democratico.











