E’ ormai universalmente riconosciuto come durante i conflitti armati vengano compiuti, ai danni del genere femminile, crimini atroci che, sulla base di denunce e dell’istituzione di processi internazionali, vengono poi riconosciuti come crimini contro l’umanità. Eppure, per quanto nella storia si contino molteplici casi bellici in cui lo stupro ai danni delle donne è stato realizzato come arma di guerra, quello della violenza sessuale è uno dei crimini di guerra meno riconosciuti della storia.
Questa sanguinosa e aberrante pratica, diffusa nel contesto dei conflitti di ogni tempo, costituisce un ostacolo alla costruzione della pace imponendoci di guardare al destino riservato a donne, ragazze e bambine che si trovano coinvolte in lotte armati. Schiavitù sessuale, torture, stupri, gravidanze e sterilizzazioni forzate -perversi meccanismi sociali per costringere le donne ad una posizione subordinata rispetto agli uomini- rappresentano non solo una grave violazione dei loro diritti fondamentali, ma creano anche le condizioni per l’acuirsi della violenza di genere. Nelle aree di guerra, infatti, le donne subiscono, non solo danni fisici (ferimenti e uccisioni) quali effetti diretti dei conflitti, ma anche forme di violenza sessuale che causano devastazione emotiva suscitando tra le vittime sentimenti di pudore, vergogna, silenzio, sofferenza e depressione.

Guerra e abusi nella letteratura
Fra narrazioni storiche, epiche e letterarie ci vengono offerte numerose evidenze di quanto affermato. Basti pensare a due tra le vicende più antiche e leggendarie della storia: il mitico ratto delle Sabine in occasione dei giochi equestri organizzati da Romolo nell’VIII° sec. a.c.in onore di Nettuno equestre, e alla spartizione, in qualità di schiave, delle Troiane superstiti alla guerra di Troia, come premio finale dei vincitori. Stando alle testimonianze storiche e alle rievocazioni, rispettivamente di Tito Livio nella sua Ab Urbe condita e di Euripide nella tragedia Le Troiane o Le Troiadi, nell’antichità lo stupro si configurava come una delle “regole del gioco” della guerra, in quanto veniva concesso, quale “bottino” bellico, ai soldati dell’esercito vincitore. Nei conflitti contemporanei, invece, la pratica dello stupro oltrepassa il suo originario significato per assumere una valenza più complessa, quella di strumento di distruzione etnica, di agghiacciante arma per l’annientamento del nemico.
Sociologia degli abusi nei conflitti del 900
Volendo richiamare stupri di massa più vicini ai tempi nostri, merita forse ricordare lo scenario di alcuni dei maggiori crimini perpetrati contro il genere femminile nel corso dei più significativi conflitti armati.
Durante la seconda guerra mondiale, per esempio, sono stati commessi i più efferati e disumani crimini contro le donne, in un contesto che vede protagoniste non solo le forze naziste ma anche le potenze alleate.
Si pensi alle cosiddette ‘marocchinate’, una serie di violenze fisiche e sessuali commesse dall’esercito francese sulle donne italiane in occasione della campagna intrapresa dagli alleati, negli anni 1943-1945, per sconfiggere l’Italia fascista. Si trattò di uno stupro di grandi proporzioni nel corso del quale le truppe marocchine non risparmiarono nessuno. Oltre a donne e bambine, di questo orrore furono vittime persino le suore: alcune testimoni raccontarono di esser state violentate addirittura da un centinaio di persone. Stupri, violenze, schiavitù sessuale, aborti brutali furono all’ordine del giorno, ma anche sterilizzazione forzata di ebrei e rom: fu avviata una vera e propria sperimentazione di “decontaminazione razziale” precoce, da applicare in massa e col minor sforzo possibile, allo scopo di ostacolare la riproduzione di gruppi etnici nemici e trovare misure idonee per preservare la razza ariana, l’unica ritenuta meritevole di esistere.
Stupri di conforto
Al tempo della Guerra del Pacifico, parte integrante della seconda guerra mondiale, si svilupparono in seno al governo giapponese le cosiddette comfort stations, case di prostituzione militari allestite per il soddisfacimento sessuale dei soldati giapponesi stanziati in Asia e nel Pacifico. L’armata nipponica provvide, infatti, alla mobilitazione di un gran numero di donne asiatiche verso bordelli militari, gestiti da privati che agivano per conto dell’Esercito. Si trattava di un sistema di reclutamento cui venne conferita una giustificazione legale dall’Imperatore giapponese Hirohito tramite un’Ordinanza Imperiale che fissava le modalità di ingaggio e di gestione delle giovani. L’importanza della donna, nel sistema patriarcale giapponese, risiedeva nel riconoscimento della sua funzione potenzialmente genitrice di futuri soldati. Ed è in questa prospettiva che diventava lecito usare la donna al fine di servire lo stato e l’Imperatore, arrivando persino a giustificare la nascita di un sistema di schiave sessuali dell’esercito giapponese, che venivano registrate nei fogli di fornitura dell’esercito nipponico come “munizioni” femminili.

Questa umiliante pratica, ideata per l’appagamento sessuale dei militari e per evitare che questi andassero ad importunare la popolazione civile inimicandosela, prevedeva che le giovani donne venissero tradotte con la coercizione o con l’inganno in questi centri di conforto, nei quali subivano violenze sessuali e trattamenti disumani da parte dei soldati nipponici: torturate e percosse, venivano stuprate sino a 30 volte al giorno ed erano costrette a vaccinarsi per non trasmettere la sifilide ai militari; inoltre, subivano aborti procurati e operazioni forzate per eliminare le mestruazioni, in modo tale da poter essere sempre disponibili.
E… stupri etnici
L’Armata Rossa si macchiò di crimini tra il 1944 e il 1945: le truppe dei soldati sovietici invasero lo Stato tedesco usando violenza sessuale su quasi due milioni di donne in un’escalation di violenza incontenibile e senza precedenti. E in Rwanda, nel 1994, l’odio razziale riposto verso la minoranza etnica dei Tutsi e degli Hutu moderati spinse gli estremisti Hutu a consumare stupri e ad operare torture e mutilazioni alle donne Tutsi, sino all’uccisione delle donne Hutu incinte di uomini Tutsi, in quanto i loro feti non dovevano sopravvivere.
Anche la guerra dei Balcani (1991-2001), una delle guerre più sanguinose e disumane, si ispirò alla pratica dello stupro e al principio dell’annientamento etnico. Il massacro operato dalla Serbia nel 1995 fu un esempio di stupro di massa. Si trattò di una guerra irregolare condotta dai serbi all’insegna della cosiddetta “pulizia etnica” nei confronti di quell’amalgama di musulmani, cattolici e ortodossi che abitavano la Bosnia: uno stupro contro la popolazione civile condotto su larga scala che s’inquadrava in un piano di offesa sistemico, ideato per distruggere l’identità collettiva di un gruppo etnico. La violenza sessuale e quella riproduttiva furono endemiche in questo conflitto: tradotte nei campi di concentramento nei quali erano stati allestiti accampamenti appositamente dedicati allo stupro nell’intento di forzare la nascita di prole serba, vennero violentate milioni di donne. Questa violenza riproduttiva non solo rappresentava un danno etnico, ma anche un assalto all’autodeterminazione riproduttiva femminile: utilizzando lo stupro come uno strumento in grado di produrre danni permanenti, i serbi ben sapevano che contrassegnando il corpo della donna con quella “macchia” indelebile, l’avrebbero emarginata all’interno del proprio tessuto sociale, religioso e culturale condannandola ad un inferno senza fine.
Violenza sessuale anche nei conflitti moderni
Nella guerra russo-ucraina tuttora in corso non è ben chiaro se l’aberrante strategia dell’arma dello stupro sia stata messa in atto riproducendo gli orrori del passato, anche perchè la Risoluzione ONU contro l’utilizzo dello stupro come arma di guerra risale al 2019.
Alcuni sostengono che i casi di violenze sessuali da parte dei soldati russi in territorio ucraino siano molteplici: le autopsie condotte sui cadaveri ritrovati nelle fosse comuni avrebbero rivelato che molte donne sarebbero state stuprate prima di essere giustiziate dai militari russi.
Anche in Israele lo spettro dello stupro di massa in seno all’attuale conflitto israelo-palestinese sembra abbia contribuito a rafforzare il consenso intorno alla guerra, influenzando il comportamento dell’esercito israeliano a Gaza. Si riferisce di immagini di violenze sessuali circolate, anche sul web, subito dopo l’attacco di Hamas: sembra siano emersi video recanti la raffigurazione di corpi femminili più o meno svestiti, in posizioni sessualmente allusive, con sangue e ferite da cui si potevano evincere violenze sessuali.
Guerra e abuso di vite
Certo è che lo sdegno dell’umanità contro le recenti atrocità della guerra russo-ucraina e di quella israelo-palestinese è palpabile, ma acquisire testimonianza di brutali coercizioni sessuali subìte e dei loro responsabili è difficile. Molte donne sono riluttanti a parlare delle violazioni legate alla loro identità sessuale: o non le denunciano per motivi politici e di fede, per evitare di essere ripudiate e ostracizzate dalle loro famiglie o, quando lo fanno, spesso attribuiscono la responsabilità alle unità dei miliziani, per cui identificare i singoli soldati è molto complicato. Inoltre, la maggior parte delle testimonianze di stupro giunge da zone occupate e poi abbandonate dagli attentatori; all’arrivo dei corpi presso i presidi di polizia, il modo talvolta inesperto con cui vengono trattati, le gravi ferite riportate dalle vittime insieme ai ritardi e alla carenza di patologi forensi, rendono difficile compiere le dovute indagini medico-legali per accertarne l’attendibilità.

Una cosa è certa: nelle guerre degli ultimi decenni il nemico è rappresentato dalla popolazione civile. Basta guardare i numeri per dedurre che i morti civili sono in una proporzione molto più alta rispetto a quelli militari, a differenza di quanto avveniva nelle guerre tradizionali. In queste nuove guerre, la violenza nei confronti delle donne sembra che ha trovato una sorta di sinistra codificazione. Certo è che un ruolo importante è svolto dagli ordini impartiti da autorità superiori che, durante gli stupri di massa, sollecitano i soldati ad compiere determinate atrocità. Una vera e propria direttiva: violentare le cosiddette “donne del nemico” per indebolire la loro etnia.
Questi stupri etnici, spesso associati a torture e ad azioni di ferocia, rappresentano vere e proprie rapine dell’identità femminile. E siccome lo scopo di queste guerre è quello di scacciare determinate popolazioni dai loro territori, ecco che accanto ai bombardamenti, agli incendi e alle uccisioni di personaggi locali influenti, l’arma dello stupro viene praticata su larga scala: il corpo delle donne, che durante l’aggressione fisica si spersonalizza perdendo di umanità, viene associato simbolicamente alla comunità etnica di appartenenza, per cui profanare una donna -tra l’indifferenza morale e la solidarietà che si origina tra complici- significa oltraggiare la sua stessa nazione.











